Vincenzo Barretta, direttore
scientifico del Centro Noesis: “Se è vero che la prima difesa spetta
all’individuo, è altrettanto vero che è necessaria una buona comunicazione
dall’alto per non trasformare le giuste preoccupazioni in un problema
sociale”. L’esempio Bagnoli.
NAPOLI – «Sempre più persone arrivano da noi con difficoltà a
gestire l’ecoansia, ossia l’ansia generata dai problemi ecologici e
ambientali su scala locale e globale. Dopo un’estate complessa per le
conseguenze del cambiamento climatico, ora dal territorio arrivano segnalazioni
di persone preoccupate per ciò che accade vicino casa. I lavori a Bagnoli
e i roghi a rischio tossicità, non ultimo quello di ieri sera a Napoli
Est, generano preoccupazioni e angosce che vanno gestite per non
pregiudicare la qualità della vita». Lo afferma Vincenzo Barretta,
psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli.
«Ci sono due livelli di intervento per gestire quella che a
tutti gli effetti è una nuova forma di disagio psicologico. Non si
tratta di una diagnosi, dato che non compare nel DSM-5-TR né nell’ICD-11, ma di
una condizione che la letteratura scientifica studia da anni e che l’American
Psychological Association, già nel 2017, descriveva come una paura
cronica del disastro ambientale», spiega Barretta. «Oggi le persone la
vivono con maggiore sensibilità rispetto al recente passato, perché è cambiata
la consapevolezza di enormi fasce di popolazione: uno studio pubblicato già nel
2021 su The Lancet Planetary Health, condotto su diecimila giovani di
dieci Paesi, Italia compresa, ha rilevato che per il 45% di loro queste
preoccupazioni pesano negativamente sulla vita quotidiana».
«Il primo livello è personale. Quando il problema ambientale è sotto casa, i trigger sono concreti: l’odore acre, la
colonna di fumo, le immagini del cantiere. Il filosofo Glenn Albrecht ha dato
un nome a questa sofferenza, la solastalgia, cioè il disagio di chi vede
degradarsi il luogo in cui vive senza bisogno di allontanarsene. A renderla
difficile da gestire sono soprattutto l’incertezza e la sensazione di non
avere alcun controllo sulla minaccia: si entra in uno stato di ipervigilanza, si rimugina, si controllano di continuo notizie e bollettini. Il
lavoro da fare è distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non ne dipende,
e riportare la preoccupazione alla sua funzione originaria, che è spingerci ad
agire, non paralizzarci», prosegue lo psichiatra. «C’è poi il meccanismo
perverso dei social network, i cui algoritmi alimentano bias cognitivi
noti. Chi ha mostrato interesse per la bonifica di Bagnoli perché preoccupato
dai dragaggi verrà presumibilmente raggiunto da un flusso crescente di
contenuti sullo stesso tema, e le piattaforme premiano quelli più divisivi e
più carichi di emozioni, perché generano più interazioni. Scattano così il bias
di conferma, che ci porta a cercare e ricordare le informazioni che danno
ragione alle nostre paure, e l’euristica della disponibilità, per cui un
rischio ci sembra tanto più probabile quanto più spesso ce lo vediamo passare
davanti. Chi è già entrato in questo vortice difficilmente riesce a uscirne con
uno sguardo obiettivo».
La questione, per Barretta, non si esaurisce però nella sfera
privata. «Se è vero che la prima difesa spetta all’individuo, è altrettanto
vero che è necessaria una buona comunicazione dall’alto per non
trasformare le giuste preoccupazioni in un problema sociale.
L’amministratore ha il dovere, da buon padre di famiglia, di occuparsi dei
cittadini tenendo conto di aspetti della salute collettiva che un tempo
erano sottovalutati, e la salute emotiva e comportamentale è uno di
questi».
Per arginare quelle che «rischiano di diventare vere escalation
sociali», serve dunque «una diversa sensibilità da parte delle istituzioni
nella comunicazione verso i cittadini». L’esempio più vicino è proprio
Bagnoli, mentre nelle scorse ore è stato firmato il protocollo d’intesa che
istituisce in via sperimentale l’Osservatorio Salute per l’area
Bagnoli-Coroglio e la X Municipalità Bagnoli-Fuorigrotta. «Pur dando per
assunto che i lavori si stiano svolgendo in totale sicurezza, quale
messaggio passa se alle immagini allarmanti si risponde istituendo un
osservatorio sulla salute solo a giochi quasi fatti? È il classico caso in cui,
nel tentativo di rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: insinuare in un
cittadino già spaventato l’idea che le sue paure siano più che fondate».
La risposta, secondo il direttore scientifico di Noesis,
passa dalla comunicazione. «Non a caso, nella terapia
cognitivo-comportamentale dei disturbi d’ansia, uno dei primi passi è la
psicoeducazione: spiegare alla persona cosa le sta accadendo riduce
l’incertezza, che dell’ansia è il principale carburante. Sullo stesso principio
si fondano le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla
comunicazione del rischio, che chiedono alle istituzioni di informare presto,
in modo trasparente e dichiarando apertamente anche ciò che ancora non si sa.
In letteratura si parla di amplificazione sociale del rischio: quando le
informazioni ufficiali mancano o arrivano in ritardo, la percezione del
pericolo cresce di bocca in bocca e di post in post, indipendentemente dal
pericolo reale. Servono specialisti dedicati nelle amministrazioni cittadine,
regionali e nazionali, capaci di intercettare questi segnali, di comunicare con
rigore e semplicità cosa accade durante un determinato evento e di non
sottovalutare ciò che arriva dai territori, sul piano della salute fisica come
di quella mentale».
«Solo coinvolgendo gli esperti e dando risposte chiare e
puntuali su cosa accade, su cosa è stato messo in campo, sulle misurazioni
adottate e sugli indicatori monitorati da cui dipende un fondato rischio per la
salute, si potrà rispondere a cittadini che chiedono di stare bene. Cittadini
che oggi, tra un clima impazzito e paure che si insinuano in maglie sempre più
larghe, non riescono a esercitare pienamente il loro diritto al benessere»,
conclude Barretta.




