Dal lontano Sud-est asiatico spirano i venti di pace, è proprio in Cambogia che partono i lavori dei colloqui cristiano-buddisti sulla pace, dal titolo “Buddisti e cristiani lavorano insieme per la pace attraverso la riconciliazione e la resilienza”. Il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, in collaborazione con le università e i monasteri buddisti in Cambogia e con i vescovi della Conferenza Episcopale Cambogiana, ne ospiterà i lavori per l’ottava volta, a Phnom Penh, dal 27 al 29 maggio. “Saranno circa 150 i rappresentanti, buddisti e cristiani, dall’Asia e oltre, inclusi i rappresentanti di 16 Paesi e della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche, a riflettere, dialogare e collaborare per promuovere la pace nel nostro tempo, si legge in una nota. In un mondo sfigurato dalla guerra e dalla violenza, tale colloquio – spiegano i promotori – è un appello al potere della religione non solo di prevenire la violenza, ma anche di promuovere l’armonia, la riconciliazione e la resilienza (www.agensir.it). I lavori riguarderanno l’analisi e la comprensione dei testi sacri, degli insegnamenti spirituali, nonché la considerazione di come ciascuna pratica, ciascun percorso di incontro, di dialogo, realizzati con le diverse sfaccettature di vita possano portare a concrete, reali condizioni di guarigione e speranza. Così la circolarità dei mandala, che nel loro simbolismo richiamano l’universo, viene presa come modus operandi per percorsi imparziali, tavole rotonde, circle time, economie circolari, circolarità nella difesa dell’ambiente, tutti rimandano a paradigmi di vita primigenia, ma assolutamente in equilibrio e in armonia. Nell’antico sanscrito mandala vuol dire cerchio, con una miriade di forme geometriche che si inscrivono comunque in questa circolarità che abbraccia e protegge. Dul-tson-kyil-khor, si denomina l’originale e antica pratica che i monaci tibetani eseguono nella formazione di ciascun mandala, e che vuol dire “mandala di polvere colorata”, polvere che si ottiene dalla macinazione di semplicissime pietre bianche, ma che unita a particolari inchiostri assume sembianze suggestive e preziose. Non si inizia mai la realizzazione di un mandala senza un particolare rituale, che prevede l’utilizzo di flauti con particolari scale pentatoniche e del famoso doppio tamburo, damaru, il cui suono deve purificare l’ambiente da ogni influenza avversa, e rappresenta, in questa sua dualità, un principio di armonia, anche se ottenuto con l’unione di forze opposte. Un po’ come la ricerca della pace, tra diverse fazioni, tra diverse culture, tra diverse convinzioni, tra diverse utilità. Per realizzare un mandala occorre molto tempo, molta cura, molta attenzione, molta pazienza, proprio come per ricercare ed ottenere la pace. Concordanze e comunanze di percorsi, strano. A proposito, dopo la realizzazione di un mandala, con diverse ore di lavoro, con accuratezza e precisione che assurgono a connotazioni ieratiche, lo si distrugge, proprio ad introitare la convinzione che non vi è nulla che possa durare per sempre, a vivere un terso non attaccamento. Se ogni mandala viene realizzato intorno a un centro, in maniera circolare, con tecniche concentriche che prevedono l’allontanarsi dal centro, il realizzarlo e il distruggerlo rappresentano un rinunciare all’egocentrismo, ad andare verso gli altri, a ricordarsi di questi, ad interrogarsi su di loro e su se stessi. Strano, proprio come la ricerca della pace, a volerne percorrere le strade. Il mandala simboleggia le energie dell’universo e permette di comprendere i rapporti che sussistono fra di esse. Un po’ come essere seduti ad una tavola (rotonda) per la pace.

