Chi è Renad
È il 19 giugno 2024 quando Renad Attallah,11 anni, pubblica una foto sul suo profilo Instagram con la didascalia Lost childhood. Sembra un errore, dovrebbe esserlo, eppure non lo è.

La storia di Renad è quella di una sopravvissuta, come lei stessa si definisce. Lontana dalla narrativa di una eroina che prende sulle spalle tutto insieme il peso di un popolo per risollevarlo, la bambina di Gaza si limita a raccontare la sua storia attraverso i mezzi social e diventa volontaria nella martoriata striscia. Distribuisce quel cibo che attualmente scarseggia, ma che una volta si limitava a mostrare curato nei suoi piatti di tradizione tipicamente palestinese.

È il 16 ottobre 2025 quando Renad è ospite in un programma di Geppi Cucciari. È scappata da Gaza a fine agosto e ora vive in Olanda. Con un sorriso stampato sulle labbra, racconta la fame e la distruzione con gli occhi di chi è riuscito a salvarsi. Il suo cuore, però, rimane lì, tra quelle macerie che hanno continuato a crescere fino a quando non se ne è andata. “Solo dopo”, dice con rammarico, “i bombardamenti sono finiti”.
Tutta questione di prospettiva
C’è un alone di malinconia che non si stacca, non va via, nel sentirla parlare in questa intervista. Lasciare la propria patria e vederla da lontano straziata non dovrebbe essere percepito così lucidamente da una bambina. “Sono cresciuta troppo in fretta”, dice. Non solo Renad si è rimboccata le maniche e ha camminato per un anno tra quelle macerie per consegnare il cibo, ma è riuscita ad andare oltre, ha trovato il barlume di speranza e si è aggrappata con i denti ad ogni spiraglio fornitole.

Allo stato attuale, se si nomina l’unboxing viene in mente una ed una sola cosa: influencer che aprono pacchi di trucchi o altre cose regalate perché sponsorizzate. Lei, invece, ironizzando sui movimenti meccanici tipici del social che, purtroppo, sembrano essersi impossessati di noi, apre pacchi di aiuti umanitari, tirando fuori, tra le altre cose, anche assorbenti, che non nomina e si imbarazza. Infondo è solo una bambina.
Le società temporalmente e diatopicamente distanti sembrano richiedere sforzi e sacrifici diversi alle persone, ma dubito sia accettabile che un momento nella storia chieda ad una bambina di sentirsi in colpa perché, salvatasi, sta mangiando, mentre dal posto da cui fuggiva il cibo mancava.
Intervista
Connubio di sensibilità e professionalità della conduttrice, Geppi Cucciari. Le sue lacrime sono le nostre. L’importanza di questa intervista è chiara a tutti. Segna un passaggio importante nel racconto del post-war a Gaza. Eppure vedere una bambina intervistata sul male che gli adulti commettono non sembra vero, stride con qualsiasi prospettiva. Questo senso di scomodità, però, veicola il messaggio con ancora maggiore chiarezza: la guerra è sbagliata e a pagare sono gli innocenti.
Cosa dire ad una bambina che parla come un’adulta? Quell’ingenua omissione che di solito si rivolge ai più piccoli non si può avere con questa generazione di giovanissimi palestinesi, che viene naturale, forse troppo, definire generazione perduta. E ciò che ci fa rabbrividire è che Renad stessa lo riconosce. A 11 anni. Prima ancora che a scuola, che comunque non poteva frequentare, le potesse spiegare cosa fosse questa lost generation.
Se una generazione è persa, la colpa è della precedente
Lei si sente persa, perché ha perso tutto. Eppure sorride, per la sorella e il fratello, per la mamma che ha lasciato a Gaza e per quella terra stessa, che ha lasciato con la promessa speranzosa di tornare e, tornando, aiutare a ricostruirla, non con la corsa all’oro che si farà per la ricostruzione della striscia, ma col suo ristorante. La fame non è un arma, non può più esserlo. E se c’è chi ancora non lo capisce, c’è chi, come Renad, con una maturità estremamente precoce, si ribella e sfama portando e sognando di riportare cibo.
More info on her: https://www.instagram.com/renadfromgaza?igsh=MTdxdWVoNzNkY3VzeA==



