Venerdì 6 marzo il teatro Diana di Nocera Inferiore ha ospitato lo spettacolo La piccola Antigone, terza rappresentazione della rassegna “L’essere e l’umano” edizione 2026 firmata da Artenauta Teatro.
La narrazione del tragico sofocleo trova qui una chiave interpretativa diversa, interpolata da Jean Anouilh e rimaneggiata dalla direttrice artistica e regista Simona Tortora.
Creonte e la sua ipertrofia dell’ego (che Tiresia evidenzia come stoltezza) si scontrano con la piccola, minuta Antigone, la quale – dice lo stesso zio re – dovrebbe ingrassare ed essere come tutte le altre donne (almeno come esse sono state cresciute), dunque mansueta e remissiva alla legge statale, procreatrice di uomini, non di sentimenti autonomi.
Antigone non cede. Per lei non c’è un destino da accettare, ma da scegliere in base alla propria inclinazione e, solo poi, una conseguenza inevitabile della sua azione, la morte. Il fratello Polinice (etichettato come nemico del regno) verrà da lei ricoperto di terra, il suo corpo purificato agli occhi degli dei, così che possa trovare pace a discapito della volontà del re e della fame degli uccelli.
In questo articolo sottolineiamo due caratteristiche innovative e molto efficaci della presente rappresentazione così come riletta da Simona Tortora: la presenza di intermezzi musicali e coreografici e l’epifana di Polinice in scena, fantasma – attore attivo.
“La musica come la scenografia non devono essere orpelli” – racconta Simona – “ma devono essere come le voci in scena. Il mio sentire, la mia cifra stilistica è impressa nella scelta di musiche inedite dalla produzione elettronica, che calano la storia di Antigone in una cornice moderna, a sottolinearne un’adolescenza vissuta in un’epoca vicina, ma contaminata dalla tradizione.”
Che ruolo svolge il coro tragico, origine e cuore pulsante della tragedia greca, nella rappresentazione?
“Il coro è la coscienza del pubblico che parla, il grillo parlante che richiama Creonte. Volevo che gli attori stessi fossero sia dentro che fuori la scena, tanto come attori che come coro attorno al re. Ma non è il coro solenne tipico. Deve essere una visione pirandelliana del coro, che rompe la quarta parete e si muove, oscilla, tra personaggio scenico e coscienza corale“.
Il ruolo di Polinice in scena è particolarissimo. Non è mai stato reso, in alcuna rappresentazione precedente, attore attivo. Qual è il suo compito?
“Quello di ricordare che la storia che stanno raccontando è senza fine. Terminata la narrazione specifica di questa Antigone, inizierà in un altro altrove, con altri nomi, altri personaggi. ‘Nella tragedia si sta tranquilli’ perché siamo tutti in qualche modo partecipi di una scelta. Questo è il senso teatrale che volevo passasse: gli attori devono comunicare la loro stessa natura rappresentativa e quella ciclica delle vicende raccontate. Polinice, qui, è soprattutto la rappresentazione febbrile di Antigone del suo desiderio forte di seppellire il fratello, anche in onore dei bei ricordi d’infanzia vissuti insieme”.
Recensione
“La piccola Antigone” mette in scena la celebre tragedia sofoclea se è possibile sottolineandone ancora di più la tragicità. Lo fa in primis accostandola alla modernità, con la scelta musicale e la presenza nei dialoghi di elementi come sigarette e caffè ed evidenziandone, di conseguenza, il tratto emergenziale, contingente. Inoltre, la figura chiave della guardia la rende estremamente dinamica e funzionale, in quanto incarna l’opportunismo e la remissività allo status quo che contrastano con l’audacia e l’impavidità della piccola e mingherlina Antigone.
L’8 marzo è lei la figura chiave paradigmatica. La piccola donna con un destino spianato, organizzato, che lo rifiuta in nome di un cambiamento radicale che riesce a coinvolgere le altre donne, a partire dalla sorella Ismene. “Immagina quante altre si convinceranno” dice a Creonte prima di morire. Il segnale del cambiamento, del rovesciamento, è tutto qui: nella potenza dirompente di una donna che in nome della sua autonomia rifiuta un destino eteronomo.


