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La conchiglia, se è vero che può rappresentare uno degli esempi più efficienti e significativi di come l’evoluzione produca adattamenti che aumentano la sopravvivenza degli organismi, lo è altrettanto che ha assunto un’ampia varietà di contestualizzazioni simboliche e iconografiche. Da Winston Churchill, che ne aveva ben sei nello stemma araldico Spencer-Churchill, a Benedetto XVI che la volle nel suo stemma prima di Cardinale e poi di Papa; dal conte Camillo Benso di Cavour con tre dorate nello scudo di famiglia a Pio VI che la fece inserire nello scudo romano, moneta ufficiale del suo papato. Questa particolare la struttura esterna rigida, detta esoscheletro, che è prodotta e abitata dal mollusco ma non è il mollusco in sé, assurge a caratteristiche distintive particolarissime, a sfumature di significato antecedenti e ultime, primordiali e definitive. Nel pellegrinaggio medievale la conchiglia di San Giacomo è il segno dei pellegrini diretti alla Cattedrale di Santiago de Compostela, questo camminare come “datità”, che si riferisce all’idea filosofica -meglio definita in fenomenologia come Gegebenheit- e neurocognitiva secondo cui il movimento a piedi è il “modo fondamentale in cui l’essere umano si relaziona con il mondo”. È un’azione che si rivela naturalmente alla nostra conoscenza, ma in letteratura rappresenta anche il cammino spirituale, la ricerca interiore e la trasformazione. E’ straordinario come essa non sia comparsa una sola volta: strutture simili a conchiglie si sono evolute indipendentemente in diversi gruppi di animali, un fenomeno noto come evoluzione convergente. Considerando l’aspetto precipuamente evolutivo, la conchiglia svolge diverse funzioni fondamentali: protegge dai predatori, costituendo una barriera fisica contro attacchi e morsi; protegge dalle variazioni sfavorevoli dell’ambiente, riduce la perdita d’acqua negli animali terrestri, protegge dagli urti e da condizioni ambientali estreme; è sostegno del corpo offrendo un punto di ancoraggio per i muscoli e contribuisce alla struttura dell’animale, difendendolo durante le fasi vulnerabili, addirittura permettendogli spesso di ritirarsi completamente al suo interno. Biologicamente è composta principalmente da carbonato di calcio, secreto da un tessuto chiamato mantello nei molluschi. Cresce insieme all’organismo, aggiungendo nuovo materiale ai margini. Sempre dal punto di vista dell’evoluzione, sembrerebbe che la conchiglia si stata una sorta di “premio” della selezione naturale, cioè la comparsa delle conchiglie è stata favorita dal fatto che gli individui con strutture protettive più efficaci avevano maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi. Tuttavia, la conchiglia comportava anche dei costi evolutivi, richiedeva molta energia e minerali per essere costruita, aumentava il peso dell’organismo, spesso andava a limitare la velocità di movimento.
Così in alcuni gruppi la conchiglia si è ridotta o è andata persa quando i vantaggi non superavano più i costi. Si è trattato di un vero e proprio considerare la convenienza e l’utilità, come ad esempio per molte lumache senza guscio appartenenti alla famiglia delle limacce, e i nudibranchi -un ordine di molluschi- che hanno evoluto altre strategie di difesa, tipo l’utilizzo di tossine, il mimetismo o una maggiore mobilità. In sintesi, la conchiglia rappresenta un adattamento progressivo che mostra bene un principio fondamentale dell’evoluzione: non esiste una soluzione “perfetta”, ma soluzioni che risultano vantaggiose in un determinato ambiente. La sua presenza, la sua forma e perfino la sua perdita riflettono il continuo equilibrio tra costi e benefici imposto dalla selezione naturale. Detta così, sembrerebbe una dissertazione di Cost-Benefit Analysis, o di Teoria della scelta razionale (Rational Choice Theory), ove gli individui sono modellizzati come agenti che massimizzano la propria utilità, analogamente agli organismi che massimizzano il successo riproduttivo, in una sorta di Economia evoluzionistica. Ma forse in ciascuno di noi c’è un po’ di conchiglia, sarà per uno scherzo dell’evoluzionismo o per l’Intelligent Design, ma ci portiamo dentro un modus di questo approccio filogenetico, che però l’uomo non ha potuto non considerare nei tratti più alti delle sua espressione, quali la tradizione poetica e letteraria. Nell’antichità classica la conchiglia è legata alla nascita di Afrodite, la Venere dei Romani, che emerge dal mare proprio su una grande conchiglia. Diventa così simbolo di bellezza, fecondità e origine della vita. Nel Romanticismo molti poeti hanno visto nella conchiglia un oggetto che conserva la voce del mare. L’idea che, accostandola all’orecchio, si possa ascoltare l’oceano diventa metafora della memoria e dell’eco dell’infinito. Nel Simbolismo e nel Novecento la conchiglia diventa immagine dell’interiorità, il suo interno nascosto richiama l’anima, il silenzio, il segreto, mentre la spirale suggerisce una crescita continua, mai lineare. Paul Valéry nelle sue dissertazioni vi ha visto una perfetta sintesi tra natura, matematica e bellezza: un oggetto costruito senza progetto cosciente, ma di straordinaria armonia. In Francis Ponge, autore di testi dedicati agli oggetti naturali, la conchiglia diventa un piccolo universo da osservare con attenzione quasi scientifica. Ungaretti e Montale evocano spesso elementi marini, come appunto le conchiglie, proponendole sempre come segni e impronte del rapporto tra uomo, natura e memoria. Non può mancare la filosofia, con Gaston Bachelard, che nel saggio di fine anni ‘50, La poetica dello spazio, riserva pagine memorabili alla conchiglia quale immagine della casa originaria, cioè un rifugio che cresce insieme all’essere vivente, e la conchiglia diventa il simbolo di un’interiorità che prende forma lentamente, dall’interno verso l’esterno, in un rapporto unico tra spazio e poesia. Bello.
La conchiglia è particolarmente affascinante perché unisce due dimensioni apparentemente opposte, è casa e viaggio, protegge chi la abita, ma nasce dal movimento del mare; può essere fragile e resistente, rompersi facilmente, ma attraversa i secoli come fossile. Ma poi è testimonianza e memoria: quando l’animale la lascia, continua a raccontarne e a raccontare la storia.
C’è inevitabilmente una come metafora della condizione umana, magari ciascuno, perché no, costruisce lentamente la propria “conchiglia” interiore, fatta di esperienze, memoria e tempo. Anche quando rimane vuota, essa conserva la forma della vita che l’ha generata, come un’opera che sopravvive al suo autore. Il suo significato cambia sì a seconda dell’epoca e del contesto, ma ricorrono sempre alcuni temi fondamentali: il mare, la nascita della vita, il viaggio, la memoria, l’ascolto dell’infinito, la protezione e il tempo. Le poesie di Pablo Neruda sono migliaia, una produzione sterminata, inserita in circa 50 raccolte, le conchiglie sono spesso celebrate, depositarie forse di verità. Una delle poesie più famose in cui il poeta cileno inserisce le conchiglie è Ho bisogno del mare perché m’insegna, in un passaggio recita: “Non sono solo le conchiglie triturate come se qualche pianeta tremante partecipasse a una lenta morte, no, dal frammento ricostruisco il giorno, da una raffica di sale le stalattiti e da una cucchiaiata il dio immenso. Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria, vento incessante, acqua e arena”.

Ancora metafora, evocazione, memoria, immensità.

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