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Salvatore Di Giacomo e il nuovo teatro

    È l’aprile del 1904 quando Salvatore Di Giacomo in un’intervista rilasciata sul «Corriere della sera», dato il successo del teatro vernacolare siciliano, si propone di portare all’Esposizione di Milano del 1906 una compagnia dialettale napoletana dal medesimo valore.

    La questione sulla nascita di tale società artistica prosegue, nei mesi successivi, sulla rivista «Teatro Moderno. Cronache di musica e d’arte drammatica» dove il proponimento di Salvatore Di Giacomo trova la replica di diversi uomini di spettacolo tra cui Eduardo Scarpetta con un articolo del giugno 1904, Ferdinando Russo con un articolo nell’agosto 1904 e Roberto Bracco con un articolo nell’ottobre dello stesso anno.

    Se la questione di un teatro vernacolare, in principio non sembra destare obiezioni, il nodo principale da chiarire resta su quali siano i temi da portare in scena.

    Per Di Giacomo era giunto il momento di andare oltre e presentare al pubblico una nuova Napoli lontana da stereotipie e luoghi comuni.

    Il primo a prendere parola è proprio Scarpetta che nel suo articolo di replica, caratterizzato da una vena ironica, ha l’occasione di sottolineare come tale impresa risulti «bella» e «nobile» ribadendo però che sia anche difficile, poiché il pubblico preferiva opere di divertimento.

    Il teatro al quale fa riferimento Di Giacomo offre l’occasione per sottolineare l’esistenza di due facce del teatro napoletano: una orientata al riso e alla banalità, un’altra, tutta nuova, che nasce dall’incontro tra popolo e borghesia e che restava ancora da sondare. A dirlo è proprio Di Giacomo:

    L’esperienza ci ha dimostrato che la vita popolana partenopea non offre ai suoi studiosi esploratori una faccia soltanto. E ci ha ammonito che da quella parte ove la vediamo in comunione con la vita borghese e pur con quella in una intesa di affetti, d’idee, di abitudini ella è rimasta inesplorata. […] è da quel lato che i desiderosi di veder constituito un repertorio dialettale regionale devono, secondo me, tenerla in molto maggior pregio.[1]

     Interessante la riflessione che fornisce Ferdinando Russo in meritoa tale dicotomia  .

    La soluzione da lui auspicata sarebbe una crasi tra questi due mondi del teatro, dove alla nuova drammaturgia in vernacolo posso essere affiancati attori già affermati.

    Foto presa dal Web


    [1] Cfr. DI GIACOMO, Per un repertorio dialettale, «Teatro moderno. Cronache di musica e d’arte drammatica» I, martedì 5 luglio 1904, 7.

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