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Nel quarto capitolo dell’opera Tempo ed educazione nel postmoderno, il pedagogista Giuseppe Vico, in Tempo e personalità: follia e saggezza, affronta il tema del tempo e della sua relazione con l’individuo a partire dall’infanzia.
Egli sostiene come non esistano un tempo di tutti e un tempo di ciascuno, ma diverse intenzioni di rapportarsi a quella realtà che è dentro e fuori ognuno di noi e che ci coinvolge attraverso sensazioni, conoscenze, intuizioni, ricordi e attese.
Per Vico è falsa l’affermazione secondo la quale i bambini vorrebbero diventare grandi a ogni costo; al contrario, è presente nel bambino una sofferenza legata al «furto del proprio tempo».
«I bambini non sanno nulla sul tempo, ma ne serbano segreti profondi e significati precisi».
Ciascun individuo è schiacciato tra la vita e il continuo bisogno di definirla, posto nel mezzo tra il passato che incalza e il futuro che incombe.
Claparède scrive:
«Bisogna persuadersi che il fanciullo non è, come si crede spesso, un uomo in miniatura; la sua mentalità è diversa dalla nostra non solo per quantità, ma anche per qualità; non è soltanto minore, è un’altra cosa […] Si è fanciulli non perché non abbiamo esperienza, ma perché sentiamo naturalmente il bisogno di farcela: non perché non siamo adulti, ma perché ci sentiamo trascinati a fare tutto ciò che è necessario per diventare adulti».
Di fondamentale importanza furono anche le riflessioni di Rousseau, il quale fu tra i primi a ribadire la necessità di lasciare libero il fanciullo, preservandone lo sviluppo da interventi esterni eccessivamente condizionanti.
Eppure, prima o poi, si rende necessario il confronto con il tempo sociale, sottoposto a norme e prescrizioni. Esso, tuttavia, non deve essere considerato in contrasto con il tempo naturale: il tempo connette e unifica natura, società e individui, da intendersi come diversi livelli di un’unica realtà esistenziale umana.
All’interno del contesto familiare e scolastico si genera spesso un contrasto tra il tempo individuale e quello degli altri. Si tratta di una tensione che si manifesta attraverso continue richieste di adeguamento e mediazione, ma anche attraverso dinamiche di sopraffazione, ripiegamento, isolamento o, al contrario, valorizzazione.
Si può quindi sostenere che il destino di ciascun individuo sia anche espressione delle opportunità che emergono, che rimangono nascoste oppure che vengono condizionate negativamente attraverso i processi autoeducativi ed eteroeducativi.
«L’anomia e l’indifferenza familiare, scolastica e sociale, non aiutano i giovani a costruirsi un’idea progettuale del tempo».
Il tempo dei giovani necessita, dunque, di una guida e di un orientamento, ma anche di contenitori e maestri sensibili e disponibili, impegnati nel compito di individuare riferimenti culturali e relazioni fondate sui valori.
Cavalli sostiene:
«Se un giovane non è sottoposto a vincoli familiari, se ha abbandonato la scuola, se non ha una collocazione professionale stabile, se non è impegnato in qualche forma di azione collettiva, è probabile che elabori una concezione destrutturata del tempo».

Lasciare che il bambino cresca secondo i suoi bisogni, che sia accolto, compreso e ascoltato rappresenta di certo il primo passato per una sana crescita.

Ognuno ha i suoi tempi, ognuno è unico e irripetibile.

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