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Fece il miscuglio per me, in tazza d’oro, perché bevessi,
e il veleno v’infuse, mali meditando nel cuore.

-Odissea, Libro X

Circe, una dea contemporanea” è il quinto spettacolo della rassegna “L’Essere & L’Umano” firmata da Artenauta teatro e andato in scena ieri 17 aprile.

A calpestare il proscenio del Teatro Diana di Nocera Inferiore è stata Ilaria Drago, scrittrice, direttrice ed interprete della rappresentazione, figura di riferimento nazionale per il teatro di ricerca, nei panni di una superficiale ragazzina portavoce, tuttavia, della chiave interpretativa dello spettacolo.

Circe poliforme

Lo spettatore viene portato a forza e costretto ad abitare la mitica isola di Eea, nella quale, secondo la narrazione omerica, la maga e al contempo dea Circe trasforma tutti gli uomini in maiali dandogli da bere del veleno. Eppure Circe sembrerebbe essere un Giano bifronte, che a seconda della situazione è più o meno benevola con i suoi ospiti, come con Ulisse.

In questo spettacolo, l’ambivalenza dualistica della figura femminile più misteriosa dell’Odissea viene complicata dal “multiformismo” umano: Circe trasforma sè stessa. Non si tratta più dell’immotivato agire di una donna che Omero descrive senza fornirle orizzonte, ma Circe è la questione del “femminile” incarnato, che trova spazio in diversi personaggi e disegna (con la sua danza, il suo zoppicare o il suo canto) un modo di abitare il mondo pluriprospettico.

Sembra quasi “mettersi di lato”, scegliere di guardare il mondo al di fuori del punto di fissazione centrale. Questa è un’idea resa perfettamente dalle luci di Max Mugnai e dalla scenografia, che diventa parte integrante di ogni interpretazione e “cambio d’abito”.

Il sociale senza tempo

Circe non è, come la descrive un uomo figlio del suo tempo, un’incantatrice che seduce e deumanizza. Lei è una dea, capace di trasformare e trasformarsi. Trasformare, ad esempio, la paura in canto come quello di una madre che cerca di distrarre la figlia in mezzo ad un mare agitato, aggrappate solo ad un barcone e alla speranza. Circe intensifica l’umanità criticando aspramente il potere che ci dà l’apparenza della libertà, fagocitati da un mondo dove tutto ha perso il proprio peso specifico e le nostre scelte sono casuali, immotivate e le relazioni sono “chimere di relazioni”. Circe che benedice il suo esilio perché l’ha tenuta diatopicamente distinta dalle logiche di dominio, pilastri delle guerre e delle bombe, come lei dice.

Assenza di peso

Leggerezza e superficialità sono agli antipodi e questo spettacolo lo dimostra. Ilaria Drago si è mossa sul palcoscenico con agilità e sinuosità, nella parola e nel movimento, trattando questioni altrimenti impossibili da tematizzare senza banalizzarle.

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