Nell’aprile 2026 Veronica Guidotti, delegata di Comunione e Liberazione nei gruppi di lavoro promossi dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, in un’intervista affermava “Il cammino di incontro nella diversità a cui partecipo è conveniente come la pace”. Quello dei giovani, e non solo, e il dialogo interreligioso è un tema delicatissimo, ma assolutamente e preminentemente impellente. Serpeggia in certuni una convinzione che la questione del dialogo interreligioso sia accessoria, come se tale percorso non portasse ad autentici traguardi importanti per il bene dell’uomo e per il suo cammino verso Dio e verso la pace. Tale atteggiamento è sovente manifesto, gaiamente esternato e vissuto, ma talvolta ctonio, ancestrale, glissato più o meno omissivamente. Nel bel servizio a firma di Angelo Picariello, anche per la Guidotti vi erano degli incontri con la vuotezza della vita soprattutto nei momenti della prima gioventù. Poi però racconta che un amico le chiese di collaborare ad una famosa mostra dal titolo “I volti giovani dell’Italia multietnica” curata da Giorgio Paolucci, che la condusse ad un autentico rifiorire nella vita, un incontro che, afferma, “Mi ha spalancato un mondo anche dal punto di vista culturale”. Poi ha approfondito queste tematiche continuando a studiare a Milano presso l’Università Bicocca per la laurea magistrale in Programmazione e Gestione delle Politiche dei Servizi Sociali. Nell’intervista viene posta una domanda che riguarda Papa Benedetto XVI, il quale nella sua dichiarazione Dominus Iesus ribadì che “Il compito dei cristiani è testimoniare la loro fede lasciando al buon Dio che altri possano salvarsi anche seguendo strade diverse”. La dottoressa Guidotti replica invitando a considerare anche Don Giussani, che a sua volta, citando il Concilio, ricordava che “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” (Nostra Aetate, 2).
Pur rifuggendo da editti e appelli solenni, bisognerebbe, però, ribadire e riflettere sul fatto che il dialogo interreligioso è “paradigmatico” per la vita di ogni giorno, proprio perché rappresenta, in modo particolarmente chiaro e intenso, dinamiche che valgono per ogni relazione umana, anche al di fuori della religione.
Si potrebbe parlare di una sorta di “modello in miniatura” di ciò che accade ogni giorno quando persone diverse cercano di capirsi. Tutto ciò può articolarsi, ovviamente, in diversi punti. Vi è innanzitutto un incontro tra differenze reali: nel dialogo interreligioso si confrontano, spesso in modo alquanto differenziato, visioni del mondo profonde che riguardano Dio, il senso della vita, i valori. Questo potrebbe essere vicino o simile a ciò che accade ogni giorno tra persone con idee, culture o esperienze diverse. Imparare a gestire queste differenze senza conflitto è una competenza fondamentale nella vita quotidiana. Si parla poi di ascolto autentico, non basta “sentire”, bisogna capire davvero l’altro. Il dialogo interreligioso richiede, anzi esige, un ascolto attivo e rispettoso, che possa riproporre, in maniera ponderata, tenue e sensibile, lo stesso tipo di ascolto necessario nelle relazioni familiari, lavorative e sociali. Poi c’è il riconoscimento reciproco, in quanto nel dialogo tra religioni è cardinale riconoscere la dignità e la verità dell’altro, anche quando non si è d’accordo. Questo non è solo un atteggiamento, ma è anche e soprattutto un episteme, non semplicemente “un” modello conoscitivo tra gli altri, bensì “il” quadro di fondo che rende possibili certi modelli di conoscenza, applicabile a tutti gli ambiti relazionali. Accettare e riconoscere che l’altro possa evere una prospettiva valida è essenziale, dal punto di vista conoscitivo ed esistenziale, in ogni interazione quotidiana. En passant, anche nell’ambito della quotidiana gestione dei conflitti si sa che questi sono alimentati in maniera significativa soprattutto dalle differenze, che possono generare irrigidimenti e tensioni. Ne risulta, così, che il dialogo interreligioso insegna a trasformare il conflitto in confronto costruttivo, una capacità cruciale nella vita di tutti i giorni, proprio perché non elimina le differenze tra le persone, ma le rende gestibili e utili, invece che potenzialmente distruttive. E’ conditio sine qua non nei percorsi del confronto interreligioso la ricerca di un terreno comune, ove pur partendo da posizioni diverse si cerca ciò che unisce, si individuano e approfondiscono i valori condivisi e i possibili obiettivi comuni, vagliandoli a fondo e rendendoli fruttuosi e vantaggiosi. Ed è proprio riuscire a trovare anche nella vita quotidiana dei punti in comune ciò che permette e facilita l’instaurarsi di contesti di collaborazione e convivenza. E’ sintomatico che nella branca della educazione socio-affettiva l’autorealizzazione, o potremmo dire la autentica felicità, sono legate a comportamenti indotti da bisogni comuni a tutti gli uomini, e che se soddisfatti permettono a ciascuno di realizzare in maniera piena e soddisfacente le proprie potenzialità. Andando proprio a scomodare Maslow, e la sua “gerarchia dei bisogni”, si individua oltre al bisogno di stima e ai bisogni cognitivi ed estetici, anche il bisogno di autorealizzazione che, dopo aver soddisfatto tutti gli altri bisogni, corrisponde all’emergere “al centro dell’attenzione dell’individuo il bisogno di essere ciò che si è, sviluppando tutte le proprie potenzialità e riuscendo a sentirsi soddisfatti della propria vita familiare, lavorativa, sociale”. Nell’irto cammino della crescita personale, confrontarsi con l’altro mette sì in discussione le proprie certezze, ma necessariamente arricchisce, dando avvio ad una certa, anche se a volte graduale e ponderata, realizzazione della propria completezza. E questo vale per ogni relazione significativa, l’incontro con la diversità è sempre un’occasione di maturazione. In definitiva, il dialogo interreligioso è “paradigmatico” perché rende visibili, in forma più evidente e impegnativa, le stesse abilità di cui abbiamo bisogno ogni giorno: ascoltare, rispettare, confrontarsi e convivere con le differenze, che vengono vissute in quanto tali con una consapevolezza autentica, o quanto meno mai mistificante. Etty Hillesum aveva riflettuto molto, nella sofferenza estrema che la stava circondando, sul fatto che il confronto con il proprio mondo interiore, anche e in particolare connotato da consapevolezza, amorevolezza e rapporto con il proprio Dio, avesse potuto “lenire” i dolori del mondo. I contesti di totale abbrutimento, disumanizzazione e di paura, e le persecuzioni avevano generato in lei l’idea di una sorta di sostanza, di un “balsamo”, che non erano intesi come una pozione che andasse taumaturgicamente ad estirpare il dolore esterno, ma come “qualcosa di interiore: una forza spirituale capace di rendere la persona più integra e meno distrutta dal male che la circondava”. Perciò, ella parlò spesso di “un balsamo per molte ferite”, di una consapevolezza appunto, coltivata e maturata attraverso atteggiamenti di riflessione profonda e di compassione, anche alimentati dalla preghiera, che dessero a lei e a ciascuno “uno spazio di umanità anche nel mezzo dell’orrore”, sviluppando una “forma di resistenza interiore”. Chiunque oggi è chiamato a cercare questi spazi di umanità, lenendo con un “balsamo per molte ferite” le tante lacerazioni. Il dialogo interreligioso, per sua natura, non solo nelle sue forme concrete e realizzate, ma anche come possibilità e potenza, è designato senz’altro ad assistere, sostenere e far vivere questi cammini.





