Sono passati quarant’anni da Chernobyl, ma quella notte continua a pesare: tra verità nascoste, malattie e un territorio ancora segnato.
Ci sono date che restano lì, sospese. Il 26 aprile 1986 è una di quelle. Alle 1:23, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplode durante un test. In pochi secondi cambia tutto. Non è solo un incidente tecnico. È qualcosa che supera i confini, che esce dai cancelli della centrale e si espande nell’aria, nei corpi, nella memoria collettiva. Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, non si può dire che sia finita. La storia del disastro nucleare di Chernobyl, di quarant’anni fa, coincide anche con quella dei 162 centri abitati evacuati a causa dell’elevata contaminazione radioattiva nell’Ucraina settentrionale. Tra questi, Pripyat era il principale: un tempo ospitava oltre 45mila abitanti, mentre oggi rimane una città fantasma fatta di edifici abbandonati, scuole vuote e strutture pubbliche in rovina.
I villaggi evacuati sono oggi ricordati da cartelli collocati lungo un percorso nella cosiddetta “zona di esclusione”, un’area di circa 30 chilometri attorno alla centrale dove non è consentito soggiornare a lungo per motivi di sicurezza. In questo territorio la natura ha ripreso spazio: la vegetazione cresce tra le rovine e diverse specie animali, come cervi, lupi e orsi bruni, sono tornate a popolarlo.
Dal 2011 alcune parti della zona sono accessibili ai visitatori, rendendo Chernobyl una meta del cosiddetto “dark tourism”, cioè il turismo legato a luoghi segnati da tragedie. Le radiazioni si misurano in sievert: normalmente una persona è esposta a livelli molto bassi, mentre subito dopo l’incidente si registrarono valori estremamente elevati, fino a centinaia di sievert all’ora, enormemente superiori alla radiazione naturale.
Oggi, secondo gli operatori turistici, una visita di poche ore comporta un’esposizione minima (circa 0,003-0,005 millisievert), considerata sicura. Tuttavia, alcune aree restano ancora fortemente contaminate e per questo vengono evitate o visitate solo per brevi periodi, per ridurre eventuali rischi per la salute.
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