WhatsApp
Facebook

I Nostri Sponsor

Vincenzo Barretta, Direttore
Scientifico del Centro Noesis di Napoli, firma il primo decalogo italiano per
la gestione delle emergenze psichiche sulle imbarcazioni da diporto durante la
navigazione: “Problema poco noto; oggi un defibrillatore a bordo non stupisce
nessuno ma sulle emergenze psichiatriche fermi all’improvvisazione”. Nel mirino
anche alcol, sostanze e sospensione delle terapie

 

NAPOLI —Ogni estate, con l’apertura della stagione della
nautica da diporto, al Centro Noesis per la salute emotiva e comportamentale di
Napoli arrivano “richieste di aiuto che non somigliano a nessun’altra”. Non
arrivano da uno studio, né da un pronto soccorso: arrivano da una barca.
Da un telefono satellitare, a volte da una radio, spesso da un comandante che
non sa cosa fare e che chiede se un medico possa raggiungerlo. Chi chiama
descrive un passeggero in stato di agitazione acuta, un ospite che non
riconosce più chi ha intorno, qualcuno che minaccia di gettarsi in acqua. E
chiede una cosa che non è possibile dare: un intervento immediato in un
luogo dove nessun intervento immediato può esistere.

«In mare non esiste il pronto soccorso dietro l’angolo:
quando la crisi psichica arriva a bordo, l’equipaggio è solo», afferma Vincenzo
Barretta, psichiatra e Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli.
«Su un’imbarcazione al largo, tra il momento in cui una persona perde il
controllo e il momento in cui incontra un sanitario possono passare ore. In
quelle ore chi decide non è un medico: è un comandante, un marinaio, una
hostess di bordo. Persone competentissime nel loro mestiere, e completamente
prive di strumenti per quello che si trovano davanti».

È un problema di cui, denuncia lo psichiatra, si parla poco.
La cronaca dell’estate in mare è fatta di avarie, incagli, collisioni, cadute
accidentali: nell’estate 2025 la Guardia Costiera ha soccorso 403 unità da
diporto — 203 per avaria al motore, 83 per condizioni meteorologiche avverse,
51 per incaglio, 14 per collisioni. Il malessere psichico non compare in
nessuna casella. Eppure, c’è, e chi naviga lo sa.

Perché il mare amplifica la fragilità

La vacanza in barca concentra in pochi metri quadrati e in
pochi giorni tutti i fattori che la clinica riconosce come precipitanti di uno
scompenso: consumo elevato di alcol, uso di sostanze, privazione di sonno,
disidratazione, colpo di calore, conflitti relazionali in uno spazio da cui non
si può uscire. Soprattutto, un elemento che Barretta indica come il più
sottovalutato di tutti.

«La sospensione della terapia farmacologica in vacanza è una
delle cause più frequenti e più silenziose», spiega lo psichiatra. «Molti
pazienti stabilizzati decidono di interrompere il trattamento perché associano
la vacanza alla sospensione delle regole. Lo fanno in buona fede, spesso senza
dirlo a nessuno. Poi si imbarcano, e a trecento miglia dalla costa il compenso
salta».

Il mare, aggiunge, non crea la patologia: la rivela.
«L’imbarcazione è un ambiente chiuso, senza vie di fuga, con una gerarchia
forte e un pubblico permanente. Tutto ciò che a terra una persona riesce a
contenere, lì viene amplificato. La salute emotiva e comportamentale non va in
vacanza con noi: si porta dietro esattamente le condizioni in cui l’abbiamo
lasciata».

Il decalogo

Da questa riflessione nasce un documento operativo pensato
per comandanti, equipaggi, hostess, steward e personale di bordo: un decalogo
per la gestione delle emergenze psichiche a bordo di yacht e imbarcazioni da
diporto. L’obiettivo dichiarato è garantire la sicurezza della persona, degli
altri passeggeri e dell’equipaggio, evitando interventi improvvisati e
favorendo il tempestivo coinvolgimento dei servizi di emergenza.

1. Mettere la sicurezza al primo posto. Valutare immediatamente il rischio
per la persona e per gli altri. Allontanare oggetti potenzialmente pericolosi —
coltelli, corde, attrezzi, farmaci, alcolici. Impedire l’accesso alle zone da
cui si può cadere in mare.

2. Mantenere la calma. Parlare con tono tranquillo e rassicurante. Evitare urla,
minacce, provocazioni, atteggiamenti autoritari. La paura dell’equipaggio alza
il livello della crisi.

3. Ridurre gli stimoli. Portare la persona in un ambiente tranquillo e
ventilato, limitare il numero dei presenti, abbassare musica, rumori e luci
intense, allontanare i curiosi.

4. Instaurare un dialogo pacato. Presentarsi con nome e ruolo,
ascoltare senza interrompere, non discutere sulla veridicità di eventuali
deliri o allucinazioni. Evitare frasi come «si sbaglia», «è tutto nella sua
testa», «si controlli». Preferire «sono qui per aiutarla», «mi racconti cosa
sta succedendo», «adesso pensiamo insieme a stare al sicuro».

5. Valutare rapidamente la causa. Considerare abuso di alcol, uso di
sostanze, sospensione di farmaci, attacco di panico, episodio psicotico,
episodio maniacale, depressione con rischio suicidario, trauma recente, colpo
di calore, disidratazione, ipoglicemia o altra causa medica.

6. Valutare il livello di rischio. Se la persona minaccia di buttarsi
in mare, vuole fare del male a qualcuno, è fortemente confusa, sente voci che
impartiscono ordini, è estremamente agitata, non riconosce persone o luogo,
presenta comportamento violento: la situazione va considerata un’emergenza.

7. Informare e coinvolgere il comandante. Immediatamente. Può rendersi
necessario modificare la rotta, dirigersi verso il porto più vicino, richiedere
assistenza alla Guardia Costiera, organizzare un intervento sanitario
all’arrivo.

8. Contattare tempestivamente i servizi di emergenza. Guardia Costiera, 112, 118 o
servizio sanitario competente secondo il Paese e l’area di navigazione.
Comunicare posizione dell’imbarcazione, numero di persone coinvolte, sintomi
osservati, eventuale uso di sostanze, eventuale rischio suicidario, eventuali
comportamenti aggressivi.

9. Evitare interventi rischiosi. Non immobilizzare la persona se non
strettamente necessario a prevenire un danno immediato, non somministrare
farmaci non prescritti, non lasciarla sola, non sfidarla, non umiliarla davanti
agli altri ospiti, non utilizzare forza non proporzionata.

10. Documentare l’accaduto. Orario di insorgenza, sintomi osservati, eventi
precedenti, consumo di alcol o sostanze, interventi effettuati, persone
presenti, comunicazioni con i servizi di emergenza. Sono informazioni preziose
per i sanitari che prenderanno in carico il paziente.

Il principio che tiene insieme tutto

Il decalogo si chiude su un punto che Barretta considera non
negoziabile. «Ogni episodio acuto di alterazione dello stato mentale deve
essere trattato inizialmente come una possibile emergenza medica oltre che
psichiatrica», sottolinea lo psichiatra. «Ipoglicemia, ictus, trauma cranico,
infezioni, intossicazioni, colpo di calore possono manifestarsi con sintomi
identici a quelli di un disturbo psichico. Chiamare “crisi di nervi”
quello che è un evento cerebrovascolare è l’errore che a bordo si paga più caro».

Su questo si innesta la raccomandazione operativa: a bordo
dovrebbero essere presenti l’elenco dei numeri di emergenza, un protocollo
scritto di gestione delle emergenze sanitarie, l’elenco dei porti più vicini,
un kit di primo soccorso, acqua e soluzioni reidratanti, e la possibilità di
contattare un medico via radio o telefono satellitare quando si naviga lontano
dalla costa.

«Non chiediamo agli equipaggi di diventare psichiatri», conclude Barretta. «Chiediamo che sappiano riconoscere un’emergenza e che sappiano cosa fare nei venti minuti in cui sono gli unici presenti. Sulle emergenze cardiologiche questa cultura è stata costruita: oggi un defibrillatore a bordo non stupisce nessuno. Sulle emergenze psichiche siamo fermi all’improvvisazione. Il decalogo serve a colmare quel vuoto, non a sostituire il medico».


Iscriviti alla Newsletter