Podere della Civettaja nasce da un’idea chiara, quasi ostinata.
Vincenzo Tommasi, agronomo e fondatore, nel 2006 decide di piantare Pinot Nero in Casentino, Appennino toscano. Non in una zona “di moda”, non con l’obiettivo di replicare un modello vincente, ma perché profondamente innamorato della Borgogna e convinto che quel vitigno potesse parlare anche da queste altitudini fresche, boschive, marginali.
Non un’imitazione, ma una presa di posizione.
Il vigneto nasce con un’impostazione molto borgognona: basse rese, attenzione maniacale alla maturità, uso misurato del legno. Il portainnesto Riparia Gloire de Montpellier è coerente con questa visione: contenere vigoria, favorire finezza e tensione, come anche il biotipo Tres Fin, di Borgogna, che mantiene una qualità molto alta.
E questo, in fondo, è già un indizio del carattere del vino: niente bandiere tecniche sventolate, parla il bicchiere.
Nel 2023 la vendemmia 2020 veniva descritta come “introversa”, oggi il vino è aperto, disponibile, in tensione.
Il naso varietale ma senza caricature: fiori (geranio, viole), frutto scuro ma non maturo, una componente terrosa e fresca. Il legno c’è, ma non dirige il traffico. Accompagna.
In bocca il vino è lineare, asciutto, preciso. L’ingresso è elegante, ma non gentile. La freschezza è il vero motore, il tannino è fine ma presente, con una struttura che non cerca carezze. Il finale salino è netto, quasi didattico: ti dice da dove viene e ti invita a berne ancora, non a parlarne troppo.
Questo Pinot Nero, alla cieca, non si indovina. E non perché sia sbagliato, ma perché non gioca al gioco che ci aspettiamo. Non è accomodante come molti Pinot Nero “internazionali”.
Non ha l’eleganza fragile di certi Borgogna da cartolina.
Non ha nemmeno la trasparenza ruffiana di alcune interpretazioni.
È più scuro, più verticale, più asciutto.
Questo vino non è un esercizio di stile, ma un mezzo per leggere un territorio che non nasce per compiacere. Ed è proprio questo che spiazza: il vitigno resta (dopo aver scoperto la bottiglia, ovviamente) riconoscibile, ma il contesto lo cambia.
Ti costringe a ragionare, a mettere in discussione automatismi, a separare il vitigno dallo stereotipo.
Non giochi più a “indovina l’uva”, ma a capire perché un vino è fatto così.
E allora la vera domanda non è se questo sia un Pinot Nero “riconoscibile”, ma un’altra:
quanto siamo davvero disposti ad ascoltare un vino senza incastrarlo subito in una categoria?
Cheers




