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Nel 2025 i dati ufficiali più recenti di ISPRA indicano circa 1.600 grandi incendi boschivi monitorati a livello nazionale, con 965 km² di superficie totale percorsa dal fuoco, equivalenti a 96.500 ettari circa; quasi il doppio della superficie bruciata nel 2024. Fino a poco più di 10 anni fa in Italia, nelle varie Regioni, vi era la campagna AIB, Anti Incendi Boschivi. Vi partecipavano anche tanti volontari della Protezione Civile, il territorio era monitorato palmo a palmo e attentamente, e spesso ciò comportava che gli interventi sugli incendi erano subitanei, proprio perché la sorveglianza era capillare. Le campagne AIB, soprattutto dagli inizi degli anni ‘90, coinvolgevano un numero elevato di persone, con turni di avvistamento, pattugliamenti e presidi durante i periodi di massimo rischio. Questo consentiva spesso di individuare un principio d’incendio nei primi minuti, quando è molto più facile da spegnere. Negli anni successivi sono intervenuti diversi fattori. La minore sorveglianza sul territorio, in alcune Regioni sono stati ridotti i fondi, i periodi di attivazione o il numero di squadre in servizio. Non è avvenuto ovunque allo stesso modo: ci sono Regioni che hanno mantenuto un sistema AIB molto efficiente e altre dove il presidio è diminuito. Anche la riorganizzazione delle competenze ha influito in maniera determinante, ma qui i pareri degli esperti sono contrastanti. Questa transizione, è indubbio, ha cambiato l’organizzazione della prevenzione e del controllo del territorio.
Fenomeno sintomatico è stata la riduzione del numero dei volontari disponibili, la crisi economica del 2007-2009 ha fatto sì che molti appartenenti ad Associazioni di Protezione Civile, tecnicamente denominate Organizzazioni di Volontariato, non hanno potuto mettere a disposizione la loro opera, ovviamente non retribuita ma, a norma di legge, compensata solo con un rimborso spese, proprio perché erano cambiate le condizioni di vita con la diminuzione delle entrate nel nucleo familiare o addirittura con la perdita del lavoro. Altresì, in molte associazioni di protezione civile si è registrato un vero e proprio calo del ricambio generazionale, che ha influito in maniera incisiva, proprio perché mantenere turni di sorveglianza di molte ore richiedeva e richiede personale formato e disponibile. Fin qui il fattore umano.
Con il cambiamento climatico anche le estati sono divenute mediamente più calde, più lunghe e più secche rispetto a qualche decennio fa, la vegetazione molto secca, ondate di calore e vento hanno reso gli incendi più frequenti e soprattutto molto più difficili da contenere. Se è vero che la stessa crisi ha fatto sì che vi fosse una sorta di ritorno alle aree rurali, a mo’ di rifugio, anche finanziario, lo è altrettanto che l’abbandono dei terreni e dei piccoli borghi, fenomeno senz’altro di lungo corso, dovuto alla scarsa redditività e alla mancanza di servizi, è stato oltremodo acuito dalle difficoltà finanziarie, e l’abbandono delle campagne, seppur a macchia di leopardo, ha comunque comportato una diminuzione dell’antropizzazione e del conseguente monitoraggio dei luoghi. Molti boschi oggi hanno quindi accumulato grandi quantità di vegetazione secca e materiale combustibile proprio perché meno gestiti rispetto al passato, e un incendio che un tempo si sarebbe fermato più facilmente oggi può propagarsi con tempi esponenzialmente più brevi. Le cause dolose e colpose restano, comunque, sempre al primo posto, la maggior parte degli incendi continua a essere causata dall’uomo, per negligenza o, in una parte significativa dei casi, intenzionalmente. Va detto tuttavia che se un incendio nasce in condizioni climatiche estreme, anche un intervento tempestivo può non bastare. In realtà esistono ancora numerose organizzazioni AIB regionali e migliaia di volontari che svolgono attività di prevenzione, avvistamento e spegnimento. In regioni come Sardegna, Toscana, Piemonte e Liguria il sistema AIB è ancora molto strutturato, anche se con modalità diverse rispetto al passato. Il Piemonte mantiene una rete AIB molto forte, con migliaia di volontari e attività di pattugliamento durante la stagione a rischio. La Sardegna continua a impiegare un dispositivo molto articolato che coinvolge volontari, Corpo Forestale Regionale e mezzi aerei.
In diversi territori, il sistema è diventato infatti più orientato all’intervento dopo la segnalazione piuttosto che alla sorveglianza continua. E’ cambiata anche la tempistica, oggi un incendio può diventare incontrollabile in tempi molto più brevi. Con temperature elevate, bassa umidità e vento, un fronte di fuoco può svilupparsi in pochi minuti, anche una differenza di 10-15 minuti nell’avvistamento può cambiare radicalmente l’esito dell’intervento. E’ fondamentale comunque, come molti operatori del settore sottolineano, la prevenzione, cioè sorveglianza, manutenzione dei boschi, fasce tagliafuoco, pulizia della vegetazione e intervento nei primissimi minuti, e tutto ciò con un rapporto costi-benefici molto favorevole. Se si riduce l’investimento nella prevenzione, si rischia poi di spendere molto di più nello spegnimento, soprattutto quando bisogna impiegare elicotteri ed aerei specificamente dedicati, come ad esempio i Canadair. Riassumendo, la diminuzione del presidio capillare in alcune aree può aver avuto un ruolo nell’incrementarsi degli incendi, ma si è sommata a condizioni ambientali oggi molto più favorevoli alla propagazione del fuoco rispetto a 10-20 anni fa. In compenso, alcune amministrazioni hanno aumentato l’uso di telecamere, sensori, droni e segnalazioni dei cittadini, anche se questi strumenti non sono presenti ovunque e non sempre sostituiscono l’efficacia di un presidio umano sul territorio.
Ora anche i satelliti vengono utilizzati in Italia per il monitoraggio degli incendi boschivi, per individuare rapidamente focolai e aree percorse dal fuoco; monitorare l’evoluzione degli incendi in tempo quasi reale, fornendo informazioni utili per individuare i focolai e seguire l’evoluzione del fuoco, valutare con esattezza l’estensione delle superfici bruciate dopo lo spegnimento; supportare la pianificazione degli interventi e la prevenzione. Il tutto è in stretta correlazione con l’elaborazione dei dati che vengono trasmessi a terra e valutati. E’ questione di pochissimi minuti, o al massimo alcune decine di minuti, tempo nel quale gli operatori possono visualizzare le immagini e individuare i focolai. Le immagini satellitari sono utilizzate da Enti e Corpi dello Stato, e altri organismi regionali, spesso attraverso i dati del programma europeo Copernicus e dei satelliti Sentinel. A fronte di ciò, invero, i costi di utilizzo dei mezzi aerei sono altissimi. Negli ultimi gravi e grandi incendi in Francia, il Governo ha deciso di utilizzare anche i famosi aerei da trasporto militare Airbus A400M, opportunamente modificati. Per tale aeromobile il costo operativo per un’ora di volo varia in base al Paese, alla manutenzione inclusa nel calcolo, al carburante e al tipo di missione, ma una stima realistica varia tra 11.000 e 18.000€ per ora di volo (nei mezzi aerei non si contano i chilometri percorsi ma le ore trascorse in volo), come costo operativo diretto. Alcune stime complete, che comprendendo manutenzione, personale, ammortamento e supporto logistico, possono arrivare a 20.000–30.000 € all’ora. Per il famosissimo Canadair CL415, il costo di esercizio è generalmente stimato tra 12.000 e 15.000 € per ora di volo, con stime complessive comprendenti carburante, manutenzione e ricambi, che rappresentano la quota più elevata del costo; due piloti e personale di supporto, ammortamento e logistica. Tra l’altro, durante una missione antincendio il CL415 può effettuare numerosi ammaraggi per il rifornimento d’acqua, aumentando l’usura dell’aeromobile rispetto a un normale volo di trasferimento e incidendo sulle spese di manutenzione. Sono 6.137 (circa 1.621 galloni) i litri di acqua che il Canadair imbarca ogni volta, con un tempo di riempimento di circa 12 secondi, a una velocità di ammaraggio di 130 km/h. Per far sì che ciò avvenga occorrono circa 1.340 metri totali di specchio d’acqua per scendere, riempire i serbatoi e decollare di nuovo. Ma il cavallo di battaglia della lotta antincendio è stato, ed è ancora, l’elicottero Ecureil AS 350, poi prodotto anche con il marchio Eurocopter, dopo che la società originaria Aérospatiale è confluita nel gruppo Eurocopter nel 1992, ed oggi lo stesso elicottero è denominato come Airbus H125. Entrato in servizio nel 1975, l’abbiamo visto tutti, con la benna di circa 1000 litri agganciata tramite una speciale corda, che interveniva, ed interviene ancora oggi, un po’ ovunque. Si è trattato di un prodotto rivoluzionario nel settore degli elicotteri, grazie a tre innovazioni principali: la testa del rotore in materiali compositi -brevetto Starflex- , l’uso esteso della plastica termoformata e la cabina con ampia visibilità senza l’utilizzo di montanti centrali. Tutto ciò ha contribuito non poco ad abbattere i costi di produzione e manutenzione, garantendo, anche con l’uso di una particolare turbina, prestazioni eccezionali in alta quota. Ancora oggi nel mondo ne volano circa 5000 esemplari. Ebbene, un’ora di volo con tale elicottero, per il servizio antincendio, costa mediamente tra i 3.500 e i 4.300€. Un’ora di volo antincendio, invece, con un elicottero Sikorsky S64 Erickson Air Crane (nella foto) costa complessivamente tra i 10.000 e i 15.000 euro, Questo straordinario aeromobile, un vero è proprio mostro dell’aria, oggi assegnato al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, può trasportare fino a 10.000 litri d’acqua grazie al serbatoio ventrale e al sistema di pescaggio rapido. E’ stato utilizzato anche nella guerra del Vietnam dall’U.S. Army, con la denominazione CH-54 Thare, principalmente come elicottero da trasporto pesante, gru volante; il suo nome “Thare” significa “Gru”, il famoso volatile, nella lingua dei nativi americani Wyandot, che chiamavano così un loro capo vissuto tra il XVIII e il XIX. Oggi viene ancora denominato Air “Crane”, che era appunto il soprannome di questo capo tribù, sempre con lo stesso significato di “Gru”. In Vietnam il principale utilizzo era il recupero di aeromobili, ne ha ritrovati oltre 380 che erano stati abbattuti. Trasportava pezzi d’artiglieria pesante e munizioni in avamposti isolati e zone montuose inaccessibili, bulldozer, camion blindati e veicoli da combattimento direttamente al fronte. Era utilizzato per il lancio di una bomba speciale che pesava 4.500 kg, denominata “Daisy Cutter”, che esplodeva ad un metro di altezza in zone con densa vegetazione, polverizzando alberi e quant’altro, creando istantaneamente una zona di atterraggio di circa 80 metri di diametro, pronta per gli elicotteri nel bel mezzo della foltissima giungla. Ma serviva anche per costruire ospedali da campo, portando moduli container preconfigurati adibiti a cliniche chirurgiche mobili. Insomma, da una guerra all’altra, quella contro gli incendi. In questa sua opera pacifica, l’S64 risucchia i 10.000 litri d’acqua in circa 45 secondi, utilizzando o un cosiddetto Pond Snorkel, cioè un tubo flessibile quando deve attingere in fiumi, laghi, piccoli bacini artificiali o addirittura in vasche antincendio, restando sempre in volo stazionario; oppure grazie ad un Sea Snorkel, tubo rigido, quando l’elicottero può planare su ampi specchi d’acqua come grandi laghi o in mare, riempendo il grande serbatoio mentre appunto plana sulla superficie dell’acqua, senza fermarsi.

E la persona? In tutto ciò, che ruolo gioca? Fonti Ispra e Ministero della Transizione Ecologica (2021) indicano che il 57,4% degli incendi sono dolosi; 13,7% colposi; meno del 2% naturali (ad esempio fulmini); il restante circa 27% non classificabile o con causa non determinata. Al lordo del Goal 15 dell’Agenda 2030, che ha come punti chiave “Foreste e Alberi”, “Natura e Biodiversità”, “Legame con l’Uomo” – “Come gli alberi aiutano l’uomo ogni giorno”, è una vera e propria sfida, anche piuttosto complessa, nella quale il contributo dell’uomo rimane cruciale, decisivo. ”L’uomo è misura di tutte le cose”, diceva Protagora, se sì, se tutto è un po’ lasciato alla percezione e alla valutazione del singolo individuo, ci si interroga, ora più che mai in maniera impellente, su quale possa essere la ricettività e delicatezza di ciascuno riguardo le questioni dell’ambiente. E’ una specie di condizione incerta, precaria, in bilico, tra chi ha già percorso il cammino, ha ed ha avuto, ma che non può esimersi dal comunicare a chi è all’inizio e con chi è all’inizio, sui momenti, le aspettative, i timori, le possibilità. Un occhio al futuro non sottrae nulla al presente, all’odierno, “Tutto ricomincia con ciò che nasce”, allora sì: pensare solo al presente può essere riduttivo e limitante, poiché “l’essere umano ha bisogno di integrare la memoria del passato e la prospettiva del futuro per dare senso alla propria esistenza e agire con consapevolezza”, consapevolezza che va cercata. Mario Rigoni Stern ha scritto: “Gli alberi sono esseri sensibili che si aiutano tra loro”, e forse è vero, il bosco non è soltanto un insieme di alberi, ma una comunità vivente di cui anche l’uomo fa parte. La consapevolezza nelle azioni e nell’impegno per la tutela dell’ambiente, e quindi nel prevenire gli incendi, è prima di tutto un atto di speranza che induce al rispetto e alla responsabilità verso la natura e le generazioni future, la scelta di ognuno ha un peso e conseguenze profonde.

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