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All’interno del suo saggio Il mestiere del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1975, Colin Wilson narratore, saggista, studioso di esoterismo e dell’occulto affronta il tema del romanzo a livello mondiale negli ultimi tre secoli, secondo una prospettiva non solo storica, ma motivazionale, sperimentale e intenzionale. 

“Wilson ci incoraggia a metterci alla ricerca delle domande giuste, partendo dal presupposto che tutti abbiamo qualcosa da dire, ma non tutti sappiamo cosa dire”.[1]              

Egli ribadisce come scrivere sia un’arte, una vera e propria opera di artigianato, nulla nasce dal caso e fondamentale a tal riguardo è partire dalla consapevolezza delle regole che sono alla base di questo genere letterario, per poi avviare il proprio percorso di apprendistato e di cambiamento. 

Per l’autore il romanzo diviene nelle mani giuste uno strumento di rivoluzione, di evoluzione del genere umano: un esercizio di  libertà e atto liberatorio capace di rendere le persone più libere.

Dinanzi alle asprezze e alle ingiustizie del mondo, mentre gli animali si rassegnano solo l’uomo è capace di indignarsi, ma di questi solo i membri più ribelli: gli artisti e i filosofi si pongono domande.

«E` il poeta, con la sua visione quel che potrebbe essere la vita, la persona per cui queste cose sono intollerabili. Se fossimo tutti poeti chiuderemmo la faccenda prima delle fine di questo secolo miserando”.2

Non basta avere la forza e il coraggio di denunciare la realtà, per Wilson ciò che produce «lo shock del riconoscimento» risiede nell’efficacia del contrasto.

Lo scontro  nasce tra i valori ribaditi dallo scrittore e rifiutati, quasi annientati dal contesto in cui vive, perché solo chi prova sulla propria pelle questo dolore, questo senso di non appartenenza è capace di fare letteratura.

Il senso di insoddisfazione per le cose che non funzionano però non basta, e non basterà mai se la sorgente, il fulcro di ogni parola non sgorgherà da “quel che lui (lo scrittore) sa amare”.

L’atto creativo di uno scrittore deve avere come fulcro l’amore verso qualcosa che egli sente calpestato, perso, morto, in contrato con la realtà. 

Ma come proiettare tale “collisione”?

In un noto saggio su Amleto T. S. Eliot definì questo insieme “correlativo oggettivo”, secondo il quale «l’unico modo di esprimere l’emozione in forma di arte è trovare un apparato di oggetti, una situazione, una catena di eventi che sappia essere la formula per quella emozione particolare».[2]

La questione del correlativo oggettivo e della sua creazione si lega in maniera imprescindibile al tema della struttura stessa dell’opera. 

Per Wilson il senso della seconda risiede nella riflessione del romanziere sull’intera faccenda narrata e sulle sue implicazioni. 

Per giungere a questo è necessario che il lettore sia credibile, che fornisca al lettore realtà solo così egli potrà credergli.  

La morale quindi è che la struttura conta, ma per Wilson è semplicemente meno importante di altre qualità, tra cui l’immaginazione e la vitalità.

Lo stesso Henry James nel suo libro L’arte del romanzo ha posto il suo correlativo oggettivo nei suoi personaggi e negli eventi descritti, che agli occhi di Wilson risultano però ancora deboli, perché egli avrebbe  dovuto sforzarsi di accrescere di più la loro consapevolezza.

Per Wilson la scrittura non è solo atto pratico, ma ricerca continua, consapevolezza e scoperta che lo scrittore stesso è chiamato a condividere con il lettore.


[1] COLIN WILSON, Il mestiere del romanzo, Edizioni di Atlantide srl, Roma, 2024, p. 10. 2 COLIN WISLON, op.cit., p. 199.

[2] COLIN WILSON, op. cit., p. 208.

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