Mircea Lucescu è di sicuro il miglior allenatore di tutta la storia del calcio rumeno. Carriera da calciatore non da incorniciare, ma con discrete soddisfazioni da ricordare, in primis i 74 incontri disputati con la Romania, andando a segno ben 9 volte e scendendo in campo da capitano nel mondiale messicano del 1970, edizione che vide la sua Nazionale finire alle spalle di Brasile e Inghilterra in un girone a dir poco infernale che comprendeva anche la rispettabilissima Cecoslovacchia.

Allenatore dal 1979, ha guidato per un anno il Corvinul Hunedoara (team con il quale chiuderà la carriera agonistica nel 1982, per qualche tempo fu impiegato nella veste di giocatore-allenatore) per poi dirigere la Nazionale dal 1981 al 1986, e ancora la Dinamo Bucarest fino al 1990, vincendo la coppa nazionale nel 1986 e ottenendo il double campionato-coppa nel 1990.

L’APPRODO IN ITALIA

Arriva nel 1990 per ricoprire il ruolo di direttore sportivo del Pisa, ma dopo un breve periodo di tempo venne prontamente sollevato dall’incarico. Dalla stagione successiva, ha ottenuto risultati importanti sempre da direttore tecnico, questa volta del Brescia in Serie B. Il primo anno si piazza primo in campionato ottenendo l'accesso diretto in Serie A, e nella Coppa Italia viene eliminato al secondo turno dal Milan. Il secondo anno arriva quindicesimo in campionato ma retrocedono in Serie B perché perderà lo spareggio con l'Udinese. Ha allenato anche Reggiana e Inter registrando scarsi risultati: con gli emiliani, in Serie A nella stagione 1996-97, venne esonerato con la squadra ultima in classifica mentre con i nerazzurri nella stagione 1998-99 rassegnò le dimissioni prima della conclusione della stagione.

IL RITORNO IN PATRIA E LA CONSACRAZIONE TURCA

Dopo lo sfortunato periodo italiano torna in patria e conduce per il finale di stagione il Rapid Bucarest alla vittoria in campionato senza perdere alcun incontro. A fine stagione vince anche la Supercoppa nazionale. Dopo essere ritornato in Romania, decide di accettare la proposta di un Galatasaray che all’epoca fungeva come una delle squadre più forti di tutto il panorama calcistico europeo. Al suo primo impegno vinse la Supercoppa Europea contro il Real Madrid grazie a una doppietta di Jardel. Al secondo anno a Istanbul vince il campionato turco, prima di passare al Beşiktaş, vincendo un altro titolo turco al primo anno con la nuova squadra. Lucescu, non a caso, è stato scelto dalla Federazione turca per guidare la Nazionale al prossimo mondiale, a testimonianza dell’ottima impronta che ha saputo lasciare in questa terra.

IL TRONO DI DONETSK

Dal 2004 al 2016 ha guidato lo Shakhtar Donetsk, dove decide di basare la propria formazione sul talento dei calciatori offensivi brasiliani: con il club vince 21 trofei nazionali (8 campionati ucraini, sei coppe nazionali e sette supercoppe nazionali) contrastando lo storico dominio della Dinamo Kiev nel calcio ucraino. Con lo Shakhtar ha anche vinto l'edizione della Coppa UEFA 2008-2009 nella finale di Istanbul del 20 maggio 2009 contro il Werder Brema, etichettando la sua squadra come l’unica ucraina a vincere un titolo europeo in tutta la storia. Quello di Lucescu fu un lavoro a dir poco straordinario, coronato da grandi risultati e con la magnifica Donbas Arena (oggi distrutta a causa dei bombardamenti russi) sempre piena. La crescita della squadra è stata curata sempre con grande intelligenza. Tecnico e società decisero di basare la squadra sul talento dei brasiliani, specialmente centrocampisti e attaccanti. Arrivando in Ucraina a 18-19 anni, se ne sarebbero voluti andari a 24-25, “costringendo” a registrare plusvalenze faraoniche. Cambiare i giocatori non ha mai snaturato il bel calcio, anche perché in quel di Donetsk da anni spadroneggiano qualità, tecnica e fantasia. La filosofia di Lucescu consiste sempre nel coltivare un certo tipo di giocatori e mantenere un atteggiamento offensivo, basato anche sulla crescita personale. E’ per questo motivo che il modello Shakhtar è uno dei più seguiti d’Europa.

Maurizio Ganz, suo allievo a Brescia agli inizi degli anni ’90, ci ha tenuto ad evidenziare un esempio che gli fece Lucescu nel campo d’allenamento: “Ma voi quanti palloni a partita toccate?” Ognuno disse la sua; i difensori, ovviamente, dissero che la toccavano pochissimo. “Bene - concluse lui - finché non toccheremo tutti lo stesso numero di palloni non saremo una vera squadra, né potremo mai divertirci. Io in nazionale non giocavo mai, perché ero un’ala destra e avevo davanti uno molto più bravo di me. Poi ho guardato a sinistra e ho visto che non c’era nessuno; così, ho lavorato duramente per calciare bene col mancino e sono diventato titolare su quella fascia”.

Il 21 maggio 2016 lascia dopo dodici anni, con la consapevolezza di aver reso grande questa squadra sotto tutti i punti di vista, e di aver contribuito alla valorizzazione del prodotto ucraino attraverso bel gioco, programmazione e un pizzico di “brasilianità” che non guasta mai.