Lars Von Trier torna al cinema con la sua ultima controversa opera: "La casa di Jack" ("The House that Jack built"). Il titolo del film è un richiamo ad una filastrocca inglese per bambini: "This is the house that Jack built", una sorta di "Alla fiera dell'Est" di Angelo Branduardi (a sua volta, come noto, ripresa da un canto pasquale ebraico: "Chad Gadyà"). Il film si apre con un dialogo, una sorta di confessione, che ricorda l'impianto narrativo dell'altro grande capolavoro del regista danese: "Nymphomaniac". A parlare sono il protagonista, Jack, interpretato brillantemente da Matt Dillon e Verge (Virgilio), interpretato da Bruno Ganz, recentemente scomparso. Quello di Matt Dillon è un ruolo controverso e disturbante, già prima che abbia inizio la serie dei suoi efferati delitti. Fin dalle primissime scene, infatti, lo sguardo glaciale di Jack, alla guida del suo furgone rosso, ci disorienta e prepara al peggio. Siamo negli anni Settanta, in un'America di provincia. Qui, in uno spazio e in un tempo non ben determinati, Jack, assassino seriale che avrebbe voluto essere architetto, mette a punto i suoi "incidenti", dando estrema realizzazione, uccisione dopo uccisione, alla sua "arte" o, ed è lo stesso, alla sua patologia. Jack, dopo ogni omicidio, scappa ma non si nasconde mai. Il gioco del bambino di campagna, il suo nascondersi correndo fra le canne, lasciando, nel nascondersi, sempre aperta la possibilità di essere trovato, preannuncia e, in un qualche modo, determina la paradossale fuga di quello stesso bambino, diventato uomo. Ciò che Von Trier vuole realizzare non è solo un viaggio nella mente folle e lucida di un serial killer ma un'appassionante odissea in uno dei temi cruciali della storia del pensiero occidentale: il doppio. Anche lo stesso Von Trier sembra sdoppiarsi, incarnandosi nelle due figure di Jack e Verge. La concezione nietzschiana dell'apollineo e del dionisiaco accompagna e sottende alle due principali visioni estetiche descritte nel film. Da un lato, una concezione d'arte e di bellezza di tipo classico, intesa come armonia delle parti ed equilibrio delle forme; dall'altro, una declinazione del gesto artistico più cupa ed inquietante. In questa seconda concezione estetica, che riporta alla mente le affascinanti pagine del "Somnium" di Leon Battista Alberti, la realizzazione più alta e genuina dell'arte è rintracciabile nella decomposizione del corpo e, quindi, nella morte. Jack è un serial killer, un mancato architetto e un uomo solo: la sua solitudine non è parziale e relativa ma Assoluta, non lascia spazio a nessuna forma di alterità. L'altro, per Jack, è mero "materiale", destinato a vivere eternamente ed unicamente nel gesto dell'artista. La versione italiana del film, purtroppo, è stata in parte censurata, con il consenso del regista ma senza il suo completo coinvolgimento. Lars Von Trier, in ogni caso, l'ha più volte definito come “il film più brutale che abbia mai realizzato”.                              

                                                                                                                                                                                                                                Marianna Mainenti