Nel giorno 9 aprile 2018 presso l’ateneo di Napoli Federico II una studentessa di 26 anni si toglie la vita.

La ragazza, originaria di Sesto Campano, si è recata la stessa mattina presso la sede di Monte Sant’Angelo dove frequentava la facoltà di Scienze Geologiche, per discutere la tesi di laurea invitando parenti ed amici. Al momento della proclamazione la ragazza non risultava presente nell’elenco dei laureandi e per non affrontare la situazione e per non dare le spiegazioni richieste dai genitori, si toglie la vita. Il dramma ha colpito il clima di festa per numerosi studenti laureandi e in generale per gli studenti dell’intero ateneo. Sempre di più, casi del genere, riempiono di lutto gli atenei italiani. Cosa sta succedendo? Cosa spinge gli studenti ad un atto così violento come togliersi la vita?

La paura di non completare il corso di laurea in tempo o al pari dei propri colleghi, compagni, amici, di deludere le aspettative della propria famiglia, di “parcheggiarsi all’università” affermano alcuni studenti. “Qual è il nostro errore?” si chiedono, in questo caso e in questo momento, i professori dell’ateneo napoletano oppure “pensavamo di offrire comunicazione ai nostri alunni”, “pensavamo in qualche modo di tenerli sotto controllo”. L’università c’entra davvero qualcosa? Interrogativo fondamentale a cui forse una netta risposta non c’è. La società odierna seppure fabbrica in un certo senso persone molto sicure di sé, dietro questa maschera nasconde una forte debolezza di ragazzi imbevuti da mode troppo stereotipate e standard molto alti che portano i più deboli a sentirsi nel mezzo di un mare in tempesta. Si finge tranquillità, pace, felicità, spensieratezza e perché no, purtroppo, esami universitari. D’altro canto l’istituzione universitaria non offre la comunicazione che si prefigge o almeno non tutti i professori lo fanno, spesso, abusano del loro potere senza un vero e proprio scopo e rallentano il percorso universitario di uno studente capace basandosi solamente su poche parole scambiate in un colloquio in cui uno studente è sottoposto a forte stress e ansia e il professore magari poco attento o talvolta senza neanche basarsi sulle parole degli studenti. Con ciò, ovviamente non si può accusare solo l’istituzione universitaria come è già stato chiarito precedentemente ma come ogni fenomeno, tutti gli enti coinvolti dovrebbero mettere in discussione il loro ruolo nell’episodio avvenuto affinché l’università torni ad essere un luogo in cui tutti gli studenti portino a termine nella massima tranquillità il loro percorso di studi che li porterà ad esaudire i propri sogni, un luogo di vita, come l’hanno definita alcuni ragazzi in seguito all’accaduto del 9 aprile, non un luogo di morte. 

di Marilinda de Virgilio