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Golden Globe, “Io sì” di Laura Pausini premiata come miglior canzone originale: “Non ci posso credere”. Trionfano “Nomadland” e “The Crown”

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«Ho la pelle d’oca, non avrei mai immaginato di vincere un Golden Globe. Dedico questo premio a tutti coloro che vogliono e meritano di essere “visti” e a quella ragazzina che 28 anni fa vinse Sanremo e non si sarebbe mai aspettata di arrivare così lontano». Sono parole condite d’emozioni intense quelle di Laura Pausini che ieri notte ha vinto il premio per la migliore canzone originale con la sua ”Io sì”. Composta in collaborazione con Diane Warren e Niccolò Agliardi, brano portante de La vita davanti a sé, il film di Eduardo Ponti girato con la madre Sofia Loren che però non è riuscito a vincere nella categoria riservata al miglior film in lingua originale, premio che è andato al film coreano Minari.

La Pausini, in collegamento con lo show da casa sua, visibilmente emozionata, nonostante non sia nuova a premi internazionali, con una camicia rossa e seduta a un pianoforte bianco ha ringraziato tutti, anche in italiano per poi aggiungere su Facebook «dedico questo riconoscimento anche all’Italia, alla mia famiglia, a tutti coloro che hanno scelto me e la mia musica e mi hanno reso quello che sono oggi. E alla mia bellissima figlia, che di oggi vorrei ricordasse la gioia nei miei occhi, sperando che cresca e continui sempre a credere nei suoi sogni». 

Una nota italiana dunque anche in questa particolarissima edizione dei Golden Gobes, le cui parole d’ordine sono state  ‘inclusione, diversità, unità’. Parole pronunciate da molti durante la serata che celebra il cinema e la televisione e che tradizionalmente apre la stagione dei premi a Hollywood. Parole gridate da Jane Fonda, che ha ricevuto il Cecil B De MIlle award e che rappresenta in un colpo solo il mondo del cinema e quello dell’attivismo, due universi da sempre legati a doppio filo.

Una festa a metà, senza tappeto rosso, senza la passerella di stelle scintillanti, senza eccessi, senza party glamour, ma sempre una festa. Nelle due sale, una a Los Angeles e una a New York le due conduttrici Tina Fey e Amy Poehler davanti a una minuta platea in presenza, la prima linea contro la pandemia, infermieri, medici, primi soccorritori e a una vasta platea di celebrity nelle loro abitazioni, collegati a distanza, chi elegante, chi informale, chi accompagnato dai figli, dalla famiglia, dal proprio animale domestico hanno celebrato una delle notti più importanti del cinema con sobrietà e humour.

A trionfare sono stati certamente The Crown che ha vinto quattro premi: miglior serie drammatica, migliore attrice protagonista e non protagonista  Emma Corin e Gillian Anderson (rispettivamente Diana e Margaret Thatcher), e migliore attore protagonista, Josh O’Connor, che interpretava il principe Carlo. Straordinario anche il successo di Nomadland, piccolo film indipendente che ha ricevuto il Golden Globe come migliore pellicola drammatica e che ha visto premiata anche  Chloé Zao, prima donna asiatica a vincere questo premio e seconda donna nella storia a ricevere un Globo alla regia dopo Barbra Streisand che l’aveva ottenuto nel 1984 per Yentl. Grande successo anche per Sasha Baron Cohen che ha vinto sia come migliore attore brillante che come autore. Il suo Borat Subsequent Moviefilm, secondo capitolo delle strampalate avventure del giornalista kazako, ha ottenuto la statuetta per il miglior film comico.

In una serata dove le categorie e i premi sono sempre davvero tantissimi Netflix ha portato a casa 10 premi sulle 42 candidature che aveva alle spalle: la sua miniserie The Queens’ gambit è stata premiata come migliore ‘limited series’ e la protagonista, Anya Taylor-Joy,  è risultata migliore protagonista di una miniserie.

In un anno martoriato dalla pandemia, con molti film che sono rimasti nel cassetto e molti altri dirottati sulle piattaforme di streaming era inevitabile che a trionfare fossero gli studi di nuova concezione come Netflix e Amazon.

Il momento più toccante della serata è stato quello della consegna del Globe per il migliore attore drammatico, andato al compianto Chadwick Boseman, la star di Black Panther morta la scorsa estate. A ritirare il premio è stata la moglie del protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom, che ha fatto commuovere il pubblico con un omaggio al marito scomparso.

Come spesso accade lo show è stato anticipato da diverse polemiche, in particolare sulla composizione della giuria dei Golden Globes. L’Hfpa, associazione della stampa estera a Los Angeles che assegna i premi sta vivendo un momento difficile. E’ stata infatti accusata in un’inchiesta del Los Angeles e del New York Times di pratiche scorrette sia nel processo di ammissione dei nuovi candidati che nella gestione delle risorse derivanti dai diritti televisivi e soprattutto di non essere inclusiva, visto che tra i circa novanta membri non ce n’è nemmeno uno di colore. Un argomento che scalda gli animi e che nell’America del Black Lives Matter ha assunto una posizione centrale nel dibattito pubblico.  Non sono mancate le frecciate da parte degli stessi conduttori e dei premiati, tra cui Sasha Baron Cohen che si è rivolto all’associazione come ”quella tutta bianca”. In molti hanno chiesto maggiore inclusività, tanto che nel tradizionale discorso, il presidente dell’associazione ha promesso di voler cambiare la situazione e che già il prossimo anno saranno rappresentate diverse minoranze. Nei fatti non sono però mancati i premi alle donne o agli afroamericani come Andra Day, Daniel Kaluuya, John Boyega e la diversità è stata ben rappresentata

Non sono mancate le sorprese, due sue tutte.  Rosamund Pike, migliore attrice in una commedia con I care a lot e Jodie Foster migliore attrice non protagonista in The Mauritanian. L’attrice del silenzio degli innocenti che non si aspettava di essere premiata ha ringraziato tutti dal divano di casa sua, vestita con un abito semplice e in compagnia del cane e della compagna, in quella che più che una serata di gala è sembrata una riunione familiare via zoom. Una mezza festa, che di questi tempi in una Hollywood desertificata dalla pandemia e in grave crisi non è poco.

Fonte: www.lastampa.it

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Luciano Squitieri nasce nel 1988 a Sarno, cresce tra Striano, un piccolo paesino alle pendici del Vesuvio, e Santa Maria di Castellabate, piccolo borgo nel cuore del Cilento. Mentre studia per il diploma in Elettronica ed Automazione presso l’istituto superiore “ITIS E. Fermi” di Sarno, si avvicina al mondo della fotografia, lasciandosi ispirare dei grandi nomi della street photography. Conseguito il diploma nel 2009, Luciano decide che la fotografia sarà il suo pane quotidiano. Seguendo le orme di suo fratello Gianni, imbraccia la fotocamera e lavora duro per imparare tutti i trucchi del mestiere. Nel 2015, dopo tre anni di impegno e dedizione, gli viene consegnato il tesserino ufficiale dell’Ordine dei Giornalisti, realizzando il suo sogno di essere un giornalista pubblicista. Questo il punto di svolta della carriera di Luciano che lo porta da Made in Sud, noto programma comico di Rai 2, fino al Festival di Sanremo dove conosce personaggi illustri del mondo dello spettacolo. Nel 2016 fonda la testata giornalistica Resportage, della quale è direttore e fotoreporter. L’animo gentile e la disponibilità estrema fanno di Luciano la persona giusta alla quale affidarsi per immortalare i momenti più importanti. Per Luciano la fotografia non è solo una professione ma uno stile di vita. “Dalla prima fotografia all’ultima, ogni volta provo sempre la stessa emozione quando scatto”. Luciano Squitieri

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