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Un affare di famiglia: un film di Hirokazu Kore-eda

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Shoplifters, Hirokazu Kore-eda

Giappone, 2018, 121′

Sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda

Fotografia: Ryūto Kondō

Montaggio: Hirokazu Kore-eda

Musica: Haruomi Hosono

Cast: Kirin Kiki, Lily Franky, Mayu Matsuoka, Sakura Andō, Sôsuke Ikematsu

Produzione: Aoi Promotion, Fuji Television Network, GAGA

Distribuzione: Bim Distribuzione

Una sera, dopo uno dei loro soliti furti, Osamu e quel che pare essere suo figlio, si imbattono in una ragazzina abbandonata nel freddo. La moglie di Osamu, dapprima riluttante nei confronti della bambina, alla fine acconsente ad accoglierla in una casa già troppo affollata. Quello che vediamo all’inizio del film è solo ciò che siamo portati a vedere. Sarà solo con il tempo che i personaggi, insieme ai loro rapporti, si disveleranno in maniera lenta ma inesorabile davanti ai nostri occhi.

Già autore dello stesso tema in Ritratto di famiglia con tempesta (2016), Little Sister (2015) e Father and Son (2013), in Un affare di famiglia, Kore-eda svuota la famiglia dai suoi rapporti biologici, restituendole un carattere dinamico di semplice associazione fra persone.

Le svolte narrative sono al centro dell’opera di Kore-eda: permettono allo spettatore di acquisire un’improvvisa e destabilizzante presa di coscienza riguardo quanto ha creduto di capire fino a quel momento. Parallelamente a tali epifanie, lo spettatore si ritrova a dover accordare le sue emozioni e le sue convinzioni con nuovi dati di realtà, portatori di diversi e più complessi schemi di pensiero.

Nell’ultima parte della pellicola, tutto si svela allo spettatore incredulo e incapace di giudicare. La dimensione esterna, al di là delle quattro mura della casa, incomincia a premere violentemente per entrare, invadere e stravolgere la vita dei personaggi. Neanche la legge stabilisce la morale. A dettare la morale dei comportamenti sono le persone. Qui risiede tutto la profondità del regista: nella sua capacità di giocare, senza mai risultare banale, con la volubile facoltà di giudizio umana.

Lo sforzo finale pare essere, in sintesi, quello di definire la parola “legame”, termine complesso che continua a sfuggire. La domanda di senso è la struttura invariante dei legami: cosa è, non solo sufficiente, ma anche necessario, affinché quel determinato sentimento possa definirsi tale?

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