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Gli scatti del World Press Photo 2020 in mostra a Roma

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Dal 1955 il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del foto-giornalismo mondiale. Grazie alla capacità delle immagini di trascendere ogni differenza culturale e linguistica, le foto vincitrici (e quelle finaliste) dal 1955 ad oggi, rappresentano un importante documento storico che siamo in grado di recepire in modo estremamente immediato. 

Fino al 2 Agosto 2020, il Palazzo delle Esposizioni, a Roma, ospiterà questa grandiosa mostra fotografica. Vincitore della categoria World Press Photo of the Year 2020 è Yasuyoshi Chiba, reporter giapponese per l’agenzia France-Presse, con una fotografia intitolata “Straight Voice”. La fotografia vincitrice mostra un gruppo di giovanissimi sudanesi che, nella capitale Khartum, protestano per ottenere un governo democratico recitando poesie. Il premio World Press Photo Story of the Year è stato invece assegnato al fotografo francese Romain Laurendeau con il suo lavoro “Kho, The Genesis of Revolt”. Laurendeau, attraverso il suo reportage, racconta l’estremo disagio della gioventù algerina, causa delle grandi proteste del 2019.

Ogni singola fotografia è descrizione di una realtà che chiede di essere ascoltata, è specchio di un mondo alla deriva che chiede di essere salvato. La mostra restituisce allo sguardo di chi osserva il pianeta nella sua interezza: dalle ribellioni politiche alla natura sofferente. Interessante è la scelta di inserire, al termine del percorso fotografico, le dieci foto vincitrici delle edizioni passate del Premio. Interessante è, soprattutto, la drammatica attualità di ogni scatto e la capacità, seppure attraverso fotografie e luoghi differenti, di raccontare le medesime emozioni. Basti pensare alla cruda fotografia di Jodi Bieber, vincitrice nel 2010, avente come protagonista una giovane donna afgana, sfigurata per aver osato abbandonare il marito. Originaria della provincia di Oruzgan, la ragazza, a soli sedici anni era stata infatti costretta a sposare un uomo talebano. In seguito a violenze fisiche e psicologiche, la giovane donna aveva poi tentato la fuga e, per tale motivo, era stata condannata da un giudice talebano all’amputazione di orecchie e naso. Temi delicati e, purtroppo, ancora parte di un mondo che abbiamo il dovere di migliorare. Una mostra consigliata, per aprire gli occhi sul nostro pianeta e sulle sue profonde ferite.

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