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“Miracolo Mondiale”: Iraq 1986

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Dici Iraq e pensi, purtroppo, a tutti gli innumerevoli problemi che da sempre affliggono questo Stato. Il problema principale sono i continui conflitti fra sunniti e sciiti (i due gruppi religiosi più numerosi) e fra curdi e altri gruppi etnici (soprattutto cristiani e islamici). Questi scontri, nel corso degli anni, hanno portato ad un numero incalcolabile di morti, distruzione, povertà e condizioni sociali danneggiate. Inizialmente parte dell’Impero Ottomano, durante la Prima Guerra Mondiale l’Iraq venne occupato dalla Gran Bretagna. Nel 1920 passò sotto il controllo delle Nazioni Unite fino a raggiungere l’indipendenza nel 1932. Nel 1958 venne proclamata la “Repubblica”, ma in realtà furono una serie di militari a governare il paese, in modo molto rigido. L’ultimo di questi è stato Saddam Hussein, politico e militare dell’epoca giustiziato nel 2006 per crimini contro l’umanità. Sembra strano dirlo, ma da quando la sua figura ha cessato di esistere, il popolo iracheno si è praticamente capovolto: vi fu un vertiginoso aumento delle violenze che ben presto si trasformò in una guerra civile la quale continuò a più riprese fino a culminare nel 2014 con la formazione dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Il Paese, reduce da 24 anni di dittatura, dovette sin dal principio fare i conti con la scarsa capacità delle forze della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti di instaurare e garantire un governo democratico e stabile. Gli anni seguenti alla morte del dittatore furono caratterizzati dall’esplosione di tutti quei conflitti che sempre erano stati alla base della società irachena, ma che erano stati in buona parte piegati dalla violenta repressione perpetuata dal regime. Ancora oggi, nonostante siano passati diversi anni, l’Iraq fatica a trovare degli equilibri per quanto riguarda la democrazia.

Saddam Hussein

Saddam Hussein, oltre alla sua vita politica, era anche un grande appassionato di calcio. Nel luglio 1985 fece arrivare a Baghdad quattro allenatori brasiliani con il compito di portare la nazionale irachena ai Mondiali del Messico. La stessa squadra nel 1980, a Mosca, aveva quasi sfiorato il podio alle Olimpiadi. A suo avviso c’era stoffa, sostanza e tecnica. Mancava solamente un timoniere affidabile, e siccome voleva fare le cose in grande, decise di chiamare quattro allenatori: Carlos Alberto Lancetta (all’epoca preparatore atletico della Seleçao), Jorge Vieira, e i due fratelli di Zico, Eduardo e José Antunes Coimbra. Offrì a ciascuno uno stipendio mensile di 20mila dollari, cifra astronomica per l’epoca, e i quattro brasiliani decisero di dividersi i compiti: Lancetta si occupò della preparazione atletica, i fratelli di Zico della tattica, mentre Vieira divenne il supervisore della squadra.

Jorge Vieira, uno dei quattro allenatori brasiliani scelti da Saddam Hussein

I risultati nelle amichevoli disputate furono discreti, ma il tanto desiderato “gioco” richiesto da Saddam faticava ad intravedersi. Era giunto il momento di fare sul serio, perché di fronte all’Iraq c’erano da giocare le faticose qualificazioni ai prossimi campionati del mondo. Iracheni nel Gruppo 2 con Giordania, Qatar e Libano, avversari che tutto sommato non erano poi così proibitivi, e infatti arrivò il primo posto a punteggio pieno con l’accesso alla fase successiva. Nella semifinale, l’Iraq pescò gli Emirati Arabi: andata a Dubai con mozzafiatante vittoria per 3-2, nel match di ritorno disputato in Arabia Saudita, l’Iraq perse 2-1 ma riuscì a centrare la finalissima contro la Siria al termine di una delle partite più belle alla quale il popolo saudita abbia mai assistito. Il destino sa essere crudele, e ha voluto che iracheni e siriani si sfidassero in un doppio duello all’ultimo sangue per un posto ai Mondiali del 1986 nonostante le tensioni che c’erano in quegli anni. Andata a Damasco terminata 0-0, una partita strana giocata in un’ambiente altrettanto strano e che dal punto di vista tecnico offrì ben poco. Il ritorno, disputato sempre in terra saudita per via di questioni belliche in terra irachena, vide l’Iraq trionfare per 3-1, ottenendo così per la prima volta nella storia la possibilità di accedere alla fase a gironi di un campionato del mondo di calcio. E’ la vittoria della squadra, ma buona parte del merito va attribuito anche a Saddam che, caparbiamente e anche con un pizzico di “incoscienza” calcistica, mise a disposizione della Nazionale un pacchetto di allenatori brasiliani che istruirono nel migliore dei modi i calciatori. L’Iraq, da precisare, non aveva qualità eccelse, non aveva un campione che singolarmente ti risolveva le gare. L’unica vera icona del calcio iracheno era ed è ancora oggi Hussein Saeed, storico attaccante che con l’Al-Talaba mise a segno la bellezza di 685 goal in 789 partite disputate, e che con la nazionale irachena è il miglior marcatore della storia con 63 marcature.

Hussein Saeed

Quando l’Iraq scrisse la storia, il cuore pulsante di Baghdad divenne teatro di una festa che proseguì per tre giorni, con gli immancabili colpi di fucile sparati a caso che costarono la vita a sette uomini. La stampa di mezzo mondo portò in alto i nomi degli allenatori brasiliani, soprattutto Jorge Vieira. Tuttavia, però, nonostante lo storico risultato ottenuto, il giocattolo messo su con determinazione da Saddam si autodistrusse: alcuni articoli che celebravano il successo dell’Iraq vennero ritagliati dall’ambasciatore iracheno a Rio de Janiero e spediti a Baghdad. Saddam Hussein ci rimase male, perché quel miracolo, quel progetto lo mise lui in piedi, e nessuno gli diede un minimo di riconoscenza. Vista la situazione, decise di convocare Vieira, ringraziandolo per il lavoro svolto e invitandolo a ritornare nel suo Brasile. Saddam rispedì a casa anche Lancetta e Antunes, affidando la guida tecnica a Edu Coimbra, ma anche il fratello di Zico decise dopo pochi giorni di abbandonare la nave. Dalle stelle alle stalle nell’arco di pochissimo tempo per farla breve. Saddam in un colpo solo ruppe il giocattolo e lasciò la nazionale senza guida tecnica a pochi mesi dalla disputa del Mondiale.

Dopo aver contattato praticamente tutti gli allenatori locali, ed essersi reso conto che probabilmente non ce n’era uno all’altezza della situazione, tornò come se nulla fosse a pescare in Brasile, sfruttando l’amicizia con João Figueiredo, anch’egli generale, politico e dittatore brasiliano. In seguito ai rifiuti di Minelli, Zagallo e Zé Mario, riuscì a pescare fortunosamente Evaristo de Macedo, ex allenatore del Qatar che nella sua carriera da calciatore ha anche vestito le maglie di Barcellona e Real Madrid. Dopo una lunga ricerca, Saddam aveva finalmente trovato l’allenatore giusto per affrontare la spedizione mondiale. Il dittatore, però, non aveva fatto i conti con una cosa: non puoi esonerare così tanti allenatori in così poco tempo quando mancano pochissimi mesi all’evento più importante della storia del calcio iracheno. Macedo non aveva la bacchetta magica, arrivò solamente qualche mese prima del Mondiale, e il tempo per preparare i calciatori era veramente ridotto.

Evaristo de Macedo con tutti i suoi cimeli storici ottenuti nella sua esperienza al Barcellona

L’Iraq è in Messico, ed è già stato stabilito che la squadra di Macedo giocherà le sue gare a Toluca. Il sorteggio ha riservato per gli iracheni i padroni di casa, il Paraguay e il Belgio che mai come in quell’anno aveva ambizioni importanti anche per via di una squadra davvero importante. Tre partite, tre sconfitte per l’Iraq. E’ questo il bilancio, con il ko inaugurale contro i paraguaiani, il 2-1 contro il Belgio, e l’1-0 finale contro il Messico. Detto così può sembrare che non ci sia niente di strano, ma invece ci fu e come il classico retroscena: alla seconda gara si chiuse ufficialmente anche l’esperienza di Evaristo che venne esonerato al termine della partita da Uday Hussein, figlio di Saddam e capo delegazione in Messico. Fu sostituito da uno dei suoi collaboratori, l’iracheno Akram Ahmad Salman quando ormai i giochi erano fatti. L’ennesimo cambio in panchina portò alla terza sconfitta, sempre di misura, contro i padroni di casa. L’Iraq venne eliminata dal Mondiale, e quell’evento che doveva essere il più importante della storia si rivelò fallimentare e con troppi “terremoti” che non fecero altro che influenzare la squadra.

Complessivamente, però, gli anni ’80 furono senza dubbio l’epoca d’oro del calcio iracheno. Nel 1981 l’Iraq vinse per la prima volta il Torneo Merdeka e ottenne la medaglia d’oro ai Giochi asiatici del 1982, mentre la nazionale B ottenne il terzo posto nella Coppa Marah Halim del 1983. Nel 1984 la squadra si aggiudicò sia la Coppa delle Nazioni del Golfo che la Coppa Merlion. Nel 1985 l’Iraq B si piazzò quarto nel Torneo calcistico della Coppa del Presidente, e la squadra vinse poi anche la Coppa delle Nazioni Arabe 1985, e nello stesso anno fu medaglia d’oro ai Giochi panarabi. Un palmares di tutto rispetto, molto significativo, che rispecchiava l’idea di Saddam di rendere il calcio iracheno uno dei più longevi del panorama calcistico asiatico. Peccato davvero per quella macchia ai Mondiali. Difficile dire se l’Iraq sarebbe riuscita a passare il turno, ma probabilmente se fosse rimasto tutto al proprio posto a quest’ora potevamo raccontare una storia diversa.

Dopo questi anni importanti, il calcio iracheni subì una profonda e dolorosa crisi negli anni ’90. Questo periodo è noto come epoca buia, perché coincise con gli anni di gestione di Uday Hussein, figlio del capo di stato Saddam Hussein, che fu posto al vertice del comitato olimpico nazionale e della rappresentativa calcistica nazionale. Uday non esitò ad utilizzare metodi violenti per torturare i calciatori accusati di prestazioni negative, che erano incarcerati, costretti a fare il bagno in acque non depurate, obbligati a tirare calci a palle di cemento o sottoposti al taglio integrale dei capelli.

Uday Hussein

Per registrare uno spiraglio di luce devono passare diversi anni. Siamo nel 2007, e l’Iraq dopo anni difficili s’incamminava verso la disputa della Coppa d’Asia. In panchina era tornato Jorge Vieira, e la squadra era composta principalmente dagli elementi che si erano piazzati quarti alle Olimpiadi di Atene di tre anni prima[ e secondi ai Giochi asiatici del 2006. Questa “generazione d’oro” era molto promettente, ma Vieira ebbe solo due mesi per preparare il torneo, data la scarsità di strutture adeguate ad accogliere i calciatori della nazionale in Iraq. La Federcalcio irachena faticò per garantire la fornitura dei kit da gioco ai calciatori, tanto che ogni giocatore era in possesso di un solo completo da portare con sé ovunque andasse. A metà torneo l’Iraq esaurì i completi ed effettuò un ordine di emergenza, rivolgendosi ad Umbro per procurarsi un kit, che aveva un design diverso dal precedente. Nel frattempo l’Iraq non aveva potuto disputare alcun incontro in patria per ragioni di sicurezza e molti dei giocatori videro i propri familiari perire durante la guerra che continuava a dilaniare il paese. La squadra fu un esempio di coesistenza pacifica di sunniti, sciiti e curdi.

Il cammino dell’Iraq in Coppa d’Asia iniziò in maniera titubante, con un pareggio per 1-1 contro la Thailandia. Nel secondo match, la squadra colse, però, un clamoroso successo per 3-1 contro l’Australia, squadra composta da molti calciatori militanti nella Premier League inglese e indicata alla vigilia tra le favorite per la vittoria del torneo. Il pareggio nel terzo incontro con l’Oman fu sufficiente agli iracheni per qualificarsi alla fase a eliminazione diretta. Ai quarti di finale l’Iraq eliminò il Vietnam (2-0) grazie alla doppietta di Younis Mahmoud, accedendo alla semifinale per la seconda volta nella propria storia. Qui, contro la favorita Corea del Sud, che aveva battuto l’Iraq per 3-0 in un’amichevole di appena qualche settimana prima, la squadra di Vieira sovvertì ancora una volta i pronostici vincendo ai calci di rigore. Ancora una volta fu decisivo il portiere Noor Sabri, autore di una parata cruciale. Dopo la partita, però, altro episodio sanguigno: un attentato suicida a Baghdad uccise 50 tifosi iracheni che celebravano l’accesso alla finale. L’Iraq fu sul punto di ritirarsi dal torneo, ma si presentò ugualmente alla finale di Giacarta contro l’Arabia Saudita, favorita alla vittoria. La partita fu dominata dagli iracheni, che andarono in gol ancora una volta con Younis Mahmoud, decisivo con un goal di testa. Per l’Iraq fu il primo storico successo nel torneo, al termine di un percorso da outsider coronato con il trionfo finale che ha pochi eguali nella storia del calcio.

Il capitano Younes Khalef alza la Coppa d’Asia del 2007

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