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Il cuore paganese si raccoglie in un unico pianto.La voce del popolo ha un solo grido : mamma re galline miettc a mana toja .

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La festa della Madonna “delle galline” ai tempi della quarantena.
Una testimonianza a cuore aperto, di un paganese che vive questa festa , con amore e devozione . A raccontarci delle origini e delle tradizioni antiche e primordiali , un paganese doc: Gerardo Sinatore. Un uomo, un cittadino, un saggio scrittore che vive con animo nobile e temperamento forte questa pandemia che gli ha svuotato l’animo e annullato una tradizione arcaica .

(Gerardo Sinatore, 19.04.2020)

“Per noi paganesi, la plurisecolare festa della Madonna del Carmelo, detta “delle galline”, è la “madre di tutte le feste”, e non c’è Natale o Pasqua che tenga. Essa, affonda le sue radici nel precristianesimo e celebra il perpetuarsi del miracolo d’amore che avviene con la Primavera, cioè, la gemmazione della vegetazione e l’innamoramento degli esseri. Tutta la Valle del Sarno e i popoli delle province napoletane, nell’occasione (che cade otto giorni dopo la Pasqua), si riversano nell’ospitale Pagani, ai piedi dei monti del latte (lattari), onorando la Madonna con residue ritualità pagane, con canti d’amore sensuali “a risposta”, con danze di corteggiamento (di fertilità) e con la visita ai toselli che sono altarini devozionali dove, ai piedi dell’immagine della “Mamma delle galline” sono poste in offerta galline vive, oche, pulcini, uova, tortani (pane caratteristico della festa) e frutti della terra. Al tosello si offre anche un gratuito ristoro ai pellegrini e ai visitatori. Questi “toselli” (baldacchini ) – che vengono innalzati da devoti nei cortili dei quartieri popolari – sorgono espressamente sull’itinerario della “processione” religiosa.

Dall’epoca della Controriforma, la festa della Madonna “delle galline”, nonostante il suo evidente substrato culturale agrestes, ha una connotazione cristiana poiché officiata per secoli da una confraternita cattolica presso un preziosissimo santuario intitolato alla Madre – alla Vergine-Madre-Figlia di Dio, arrivata dal monte Carmelo nel periodo delle Crociate – e per lei esclusivamente edificato.

Dal ‘500 ad oggi, questa festa ha conosciuto, però, anche altre drammatiche “interferenze” oltre a questa insopportabile, subdola, misteriosa ed epocale pandemia. Nel 1631, ad esempio, la “Mamma di tutte le mamme” fu portata in processione per chiudere la bocca al Vesuvio e Lei gliela chiuse subito, senza alcun indugio e il popolo gridò: “Jesc’! Jesce sole!”. Da allora, nel santuario, si celebrano così dette “Quaranta ore ”.  Nel 1652, epoca di “caccia alle streghe”, fu la volta dell’alluvione, del terremoto e della guerra; nel 1656 e nel 1160, Pagani e tutta la Valle, furono devastate dalla peste; nel 1687, ci fu un violento terremoto; nel 1822, avvenne una nuova eruzione del Vesuvio e negli anni 1884, 1886 e 1911, il colera. La Madonna, però, anche più in là dal giorno della sua canonica celebrazione, è sempre “uscita” per le strade di Pagani accompagnata dal suo tipico corteo processionale, che ancora conserva l’arcaico ruolo sacrale di epifania misterica; questa processione, viene svolta con modalità ancora campestri e soltanto nell’ultimo tratto, quello “solenne”, assume la pompa di una processione patronale. Sino a mezzo secolo fa, vi partecipavano anche buoi, asini ed altri animali di campagna che seguivano la statua riccioluta contorniata da colombe e tortore svolazzanti sotto cascate di petali di fiori.

Ho voluto riportare un po’ di storia e un accenno delle ritualità per tentare di far comprendere come questa antica festa identitaria sia vissuta da secoli dalla sua comunità e come essa le si stringe intorno spiritualmente e soprattutto fisicamente. Questa è una festa di “carne e di Cielo”, come riporto spesso nei miei scritti, è una festa “religiosamente” pagana, dove il contatto umano primeggia su tutte le altre manifestazioni, dove ci si abbraccia tutti; ci si bacia; si  canta insieme; si danza insieme; si brinda insieme, bevendo anche da bicchieri di amici; si mangia il piatto tipico della festa, i carciofi, con le mani, e con le mani unte si servono agli ospiti; dove ci si accalca nei cortili nella domenica della processione e non c’è spazio neanche per uno spillo; dove il respiro di ognuno sposa il respiro dell’altro, per l’estrema vicinanza di corpi. Questa, è una festa dove si esprime al massimo il “bisogno della libertà”. Tutto pullula e vive. Il santuario è gremitissimo, così ogni piazza, ogni strada, ogni vicolo, ogni cortile, ogni balcone, ogni casa … Tutto è inondato da una felicità autentica che si esprime stando insieme in festa, gli uni con gli altri; una felicità che onora la vita, l’amore, l’amicizia e soprattutto il culto della libertà. Forse sarà un mio modo esclusivo di vederla, ma è sempre così che l’ho vissuta e vista. Ora, però, questa pandemia ha distrutto una “memoria”, avvilito una “tradizione”, ha svuotato dell’anima ogni cosa e ha posto un irremovibile veto non soltanto al bisogno di libertà ma al suo fondamentale principio umano e legale; soltanto adesso, in questa mia follia da clausura, posso palesare la dimesione reale della “globalizzazione” che non è libertà, anzi, è un unico “mercato” imposto per fare pochi prodotti per la maggior parte della gente. Ma l’essere umano vuole la diversità. Ama che ogni terra sia diversa dall’altra; che ognuno sia tremendamente diverso dall’altro; che ogni ambiente sia caratterizzato da una propria identità culturale; che ognuno possa “riconoscersi” vivendo e poi condividendo la diversità di ognuno. Tutti hanno biologicamente bisogno di attingere eneria dagli altri. Che cos’è un abbraccio, se non una trasfusione d’energia? E il bacio, se non un’insufflazione d’amore? Che cosa sono gli applausi, le esclamazioni corali, se non echi di nuova energia? Ecco perché amo la mia festa dove le contrapposizioni, le divisioni, le disgregazioni psichiche, le tensioni politiche, sociali, culturali e sanitarie promesse dalla globalizzazione, vengono stordite da un “primitivismo” umano e culturale. Mi auguro che tutti comprendano che non è possibile essere piante senza radici, tutti sappiano che siamo radicati nella profondità delle nostre eredità.

Io oggi sto male. Sì, sto male perché è la prima volta da quando esisto che non “vivo” la “mia” festa. Una festa che mi ha fatto scoprire la possenza delle mie radici, l’arcaica meraviglia della mia anima, la vitalità del mio spirito, la sensibilità del mio corpo e la capacità del mio cuore.

Ora, basta con i sentimentalismi. Pertanto, auguro a tutti, fortemente, che ci sia finalmente qualcuno che, adesso, ci obblighi all’esercizio della libertà autorizzandoci ad uscire per strada quando vogliamo e a ballare tutti insieme almeno due volte a settimana e per decreto.”

Così sia.

Gerardo Sinatore

fonte: Gerardo Sinatore

foto : Gerardo Sinatore

foto: Giuseppe Corsini

foto:Tullio Fraiese

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