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“Miracolo Mondiale”: Corea del Nord 1966

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La Corea del Nord è una Nazione molto particolare, diversa rispetto alle altre “sorelle” asiatiche. Ateismo di stato, informazione e media sotto il rigido controllo sia all’interno che all’esterno del Paese e il più elevato tasso di alfabetizzazione del mondo con una percentuale del 100%. Il tutto sotto un regime totalmente dittatoriale.

Ad importare il gioco del calcio in Corea furono i britannici attraverso il loro avamposto di Incheon. Nel 1921 si disputò il primo campionato di calcio coreano, mentre sette anni dopo nacque la Federazione calcistica coreana.

L’invasione del Giappone degli anni trenta, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra di Corea resero molto più complicata la diffusione del calcio all’interno della Nazione. La divisione politica della Corea in due stati diede il via anche alla fondazione di due nazionali di calcio. La selezione nordcoreana, però, rimase inattiva per tanto tempo ed esordì solamente nel 1964, due anni prima della storica partecipazione al campionato mondiale del 1966.

Quella Corea del Nord è ancora oggi considerata come una delle Nazionali più forti di tutta la storia del calcio nordcoreano. C’è da dire, però, che nelle qualificazioni ci furono molti intoppi che condizionarono quasi del tutto il percorso. Il Sud Africa fu prima iscritto nel girone Asia-Oceania e, poi, sospeso dalla FIFA a causa dell’Apartheid. La FIFA, inoltre, respinse le partecipazioni di Congo e Filippine. Le 15 squadre africane rimanenti, a quel punto, avrebbero dovuto contendersi in due turni i tre posti per un girone finale, la cui vincente avrebbe dovuto affrontare la vincente del girone finale Asia-Oceania, le cui squadre – ridotte a sole due dopo la sospensione del Sud Africa ed il ritiro della Corea del Sud- si contesero un posto per il successivo spareggio con la vincente delle qualificazioni africane, giocando un torneo in campo neutro in Cambogia. La squadra vincitrice dello spareggio tra le vincitrici dei due gironi, si sarebbe qualificata per i Mondiali.

La FIFA decise di introdurre un nuovo criterio, ossia quello di mettere a disposizione un solo posto alla squadra vincitrice alle nazioni di ben tre continenti: Africa, Asia ed Oceania. Tuttavia, le squadre africane pretesero due posti e chiesero, quindi, che fossero entrambe le vincenti dei gironi finali – sia quello africano che quello Asia-Oceania – a qualificarsi; una volta ricevuto un rifiuto, scelsero tutte di ritirarsi in blocco in segno di protesta. Praticamente, detto in parole povere, fu un disastro e una confusione pazzesca.

La Corea del Nord non poteva gettare via quella ghiotta occasione. D’altronde, quando gli sarebbe ricapitato? Si scende in campo in quel di Phnom Penh, capitale della Cambogia. All’epoca la vittoria valeva 2 punti, e la Corea vinse entrambe le partite contro l’Australia rispettivamente per 6-1 e 3-1, tutte sullo stesso campo e a soli tre giorni di distanza. La Corea del Nord ebbe diritto a scrivere nero su bianco l’inizio di una pagina di storia, perché si qualificò ai Mondiali inglesi del 1966. Che strana la vita. La Corea che va in Inghilterra a giocare a calcio, quando furono stesso gli inglesi ad importarlo nei loro territori. Il governo britannico non li voleva, i tifosi inglesi, invece, li adottarono. La Repubblica Popolare Democratica di Corea non era mai stata ufficialmente riconosciuta dall’Inghilterra, la quale era stata alleata – insieme a Stati Uniti e Australia – con i coreani del sud durante la sanguinosa Guerra di Corea terminata tredici anni prima senza la firma di alcun trattato di pace. Per far fronte a questa situazione, scesero in campo il Ministero degli Esteri inglese in collaborazione con la FA (Federcalcio britannica), il DES (Dipartimento dell’Educazione e della Scienza) e dell’ambasciata sudcoreana.

Immediata fu la risposta del governo inglese: ai coreani sarebbero stati negati i visti d’ingresso. Un’ipotesi che la FIFA bocciò prontamente, minacciando il ministro dello sport inglese di revocare all’Inghilterra l’organizzazione della Coppa del Mondo e trasferirla altrove. Rientrato questo problema, la situazione andò leggermente a stabilizzarsi, anche se le tensioni erano piuttosto evidenti.

La Corea del Nord venne sorteggiata nel Gruppo 4 insieme ad Unione Sovietica, Italia e Cile. Un girone di ferro, al limite dell’impossibile per una squadra inesperta e priva di qualità come quella Corea. Esordio a Middlesbrough contro i sovietici, e secco 3-0 senza storia. Poi, nella seconda giornata, pareggio per 1-1 contro il Cile arrivato a due minuti dalla fine grazie a Pak Seung-zin. Ultima partita contro l’Italia. Ci si gioca tutto, ci si gioca la storia. Da una parte gli italiani a serio rischio eliminazione, previsione inaspettata ad inizio torneo vista la qualità della rosa, dall’altra gli asiatici che dopo le tre sberle iniziali contro l’Unione Sovietica hanno messo in campo la grinta e la loro unica qualità che li contraddistingue anche oggi, la dinamicità. La pagina più nera nella storia degli Azzurri è un racconto ormai noto: la strage di palle-gol dell’Italia nei primi minuti di gioco, l’infortunio di Bulgarelli, la rete dell’insegnante di ginnastica nonché calciatore professionista Pak Doo Ik al 41’ del primo tempo, le parate di Ri Chan Myong e la definitiva eclissi nella ripresa degli uomini guidati da Fabbri. Passaggio del turno per la Corea e nervi tesi per qualche vertice inglese. 


Dopo l’impresa compiuta in un girone tutt’altro che facile, la Corea del Nord doveva vedersela contro il Portogallo di Eusebio ai Quarti di Finale. Si gioca a Liverpool, in un’ambiente molto caldo e quasi del tutto schierato con i nordcoreani. Dopo 24 minuti sul cronometro, Pak Sung YinLi Dong Woon e Yang Sung Guk portarono la Corea sul 3-0. Poi l’inesperienza dei coreani e la classe, immensa, di Eusebio ebbero la meglio; un poker del fuoriclasse lusitano e una rete di José Augusto posero fine alla favola della squadra asiatica. I portoghesi vinsero 5-3 e sui coreani calò il sipario.

Si disse che al ritorno in patria erano finiti in punizione dopo una notte brava in terra inglese all’insegna dell’alcol e delle donne. Si disse che erano stati costretti a cibarsi di insetti e che quindi erano morti tutti di fame e stenti. Tutte bugie. I calciatori furono trattati come degli eroi una volta rientrati a casa, e il famoso Pak Doo Ik è diventato anche allenatore della nazionale nordcoreana. Tornarono in patria da vincitori ricoprirondoli di medaglie. Qualcuno di loro ottenne anche delle posizioni di responsabilità, e ancora oggi sono ricordati come gli eroi del ’66. Tutti erano a conoscenza del fatto che gli inglesi avevano combattuto contro di loro nella Guerra di Corea, e non si aspettavano un’accoglienza così calorosa da parte della gente. Avevano le loro bandiere, li applaudivano in continuazione. Parte del merito del loro grande mondiale vada assegnato al comportamento della gente di Middlesbrough, decisiva. Era come se si giocasse in Corea del Nord.

Ex calciatori della spedizione mondiale del 1966 premiati a Middlesbrough

Per rivivere una simile emozione, bisogna tornare indietro di 10 anni, precisamente nel 2010, anno nel quale vennero disputati i Mondiali in Sud Africa.Nel sorteggio dei gironi, la Corea del Nord fu abbinata a Brasile, Portogallo e Costa d’Avorio. In Sudafrica la nazionale nordcoreana debuttò contro la Seleçao, riuscendo a tratti a mettere in difficoltà gli avversari, che comunque s’imposero per 2-1: la rete asiatica fu siglata da Ji Yun-Nam. Nella seconda partita, il Portogallo inflisse ai coreani la peggiore sconfitta nella storia della nazionale, vincendo per 7-0 e sancendo l’eliminazione della Corea del Nord dal mondiale, che si concluse con un ulteriore sconfitta, per 3-0, contro la Costa d’Avorio.

Particolarmente toccante fu l’immagine di Jong Tae-Se, attaccante classe 1984 che nel giorno del debutto della sua nazionale ai Mondiali in Sudafrica contro il Brasile venne inquadrato mentre piangeva a dirotto nel corso dell’esecuzione dell’inno. Le lacrime di Jong Tae-Se fecero il giro del mondo, così come il presunto motivo che si celava dietro quel gesto. Secondo le prime ricostruzioni, l’attaccante piangeva perché quattro giocatori della Corea del Nord (il portiere Kim Myong-won, l’attaccante An Chol-hyok e i centrocampisti Kim Kyong-il e Pak Sung-hyok) erano scappati dal ritiro della nazionale per chiedere asilo politico. Momenti che rimarranno per sempre negli occhi degli amanti del calcio.

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