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“Miracolo Mondiale”: Indonesia 1938

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Francia, Mondiali del 1938, una delle date più buie di tutta la storia del globo terrestre per via dei vari conflitti di guerra che si succederanno. L’assegnazione del campionato del mondo ai francesi, suscitò tante polemiche perché, secondo i dirigenti sudamericani, non era stato rispettato il principio dell’alternanza Europa-Sudamerica. L’Argentina, che a lungo aveva coltivato l’ambizione di ospitare la terza edizione del campionato, si ritirò dalla competizione, e subito dopo lo fece anche l’Uruguay. Praticamente, in quell’istante, il Mondiale perse due corazzate che quasi sicuramente si sarebbero scontrate per arrivare fino in fondo. Tuttavia, però, la competizione iniziò.

Tante nazionali esordirono nell’edizione del 1938, compresa l’Indonesia, all’epoca chiamata Indie Orientali Olandesi per ovvie ragioni storico-politiche dell’epoca. Gli indonesiani, per poter accedere alla fase finale, vennero inserite nel Gruppo 10 di qualificazione avrebbero dovuto “affrontare” il Giappone, ma nulla di tutto ciò fu realizzato. Tale raggruppamento fu strutturato con doppia gara di andata e ritorno. Tuttavia, il Giappone si ritirò prima di giocare il primo incontro, permettendo alle Indie di ottenere automaticamente la qualificazione. Successivamente, la FIFA chiese alle Indie di poter giocare una gara di qualificazione contro gli Stati Uniti il 26 maggio 1938 sul campo neutro di Rotterdam, ma gli statunitensi rinunciarono a gareggiare per motivi economici nell’aprile 1938. Entrarono in gioco anche la Guiana olandese e il Suriname – altra colonia olandese – per poter giocare in sostituzione della formazione nordamericana, ma la richiesta fu rifiutata dalla FIFA. Dunque, dopo tutto ciò, gli indonesiani presero parte al campionato mondiale di calcio per la prima volta nella loro storia.

Curiosità intorno a questa nazionale e, soprattutto, una domanda giustificata girovagava per la testa di tifosi e addetti ai lavori: chi siete? C’è da dire che nelle Indie Olandesi il calcio era stato portato dai coloni olandesi. Il primo club era stato creato nel 1887. Stando ai numeri, la prima partita di calcio si disputò tra Medan e Penang, terminata in parità. Dai primi del ‘900 si disputavano in ogni isola dell’arcipelago campionati locali. Ogni città capoluogo aveva il suo torneo, e non sempre le rispettive vincitrici riuscivano ad accordarsi per allestire una fase finale con il titolo in palio. Spesso saltavano partite per motivi più importanti e che da sempre caratterizzano quelle zone, in primis tifoni. Per equilibrare la classifica, non si adottò la somma assoluta dei punti, ma il quoziente punti/partite disputate. I calciatori erano dilettanti, un misto di uomini tra la seconda generazione traslocata dalla madrepatria e da altri Paesi europei, gli indigeni di buona famiglia, e i cinesi immigrati per inserirsi nel mercato coloniale.

La divisa della nazionale era similare a quella dell’Olanda: maglia arancione, calzoncini bianchi, calzettoni azzurri. Il commissario tecnico era un olandese: Jan van Mastenbroek, stimato pirata, maestro elementare e dirigente sportivo che nel 1936 era diventato presidente della federcalcio delle Indie Olandesi Orientali.

Già all’epoca, calcio e politica viaggiavano a braccetto. Nel 1937, la federazione di etnia indigena organizzò a Giava un torneo tra le rispettive rappresentative per selezionare i migliori elementi. Nonostante le selezioni andarono in forte contrasto, ne uscì ugualmente la nazionale migliore possibile, ma fortemente sbilanciata: dei 19 convocati per il Mondiale, 14 erano di origine olandese, 5 nativi e nessun cinese.

Il tecnico van Mastenbroek, per evitare che la sua squadra venisse eliminata al primo giro, organizzò una tournée in Olanda, con partite contro club e nazionale di casa, da giocare prima e dopo la Coppa del Mondo. La nazionale giocò due amichevoli (2-2 con l’HBS, sconfitta 5-3 con l’Haarlem) e poi si trasferì in Francia.

Esordio il 5 giugno 1938 alle ore 17 al Velodrome, davanti a diecimila spettatori incuriositi, contro l’Ungheria, una delle grandi favorite per la vittoria finale. Una giornata storica, costellata di aneddoti e incidenti diplomatici. La squadra indonesiana era nettamente inferiore sotto tutti i punti di vista rispetto agli avversari. Risultato finale di 6-0 per gli ungheresi. Troppo forti, troppo fisici, troppo più tecnici, troppo superiori. Ma era inevitabile uno scenario del genere, anzi, c’è chi all’epoca si complimentò con la nazionale indonesiana per aver “contenuto” uno squadrone del genere. Da capire, se mai si saprà, se quei complimenti erano veritieri o ironici.

Il 1° luglio, dopo l’ultima amichevole in programma disputata in Olanda, arrivò l’imbarco per tornare a casa: tre settimane di nave per raccontare l’indimenticabile avventura. Nessuno di quel gruppo di eroi riuscì a sfondare o a mettersi in evidenza, fatta eccezione per Tan Hong Djien che fu notato al Mondiale dagli osservatori di Santos e Barcellona, ma rinunciò alla chance professionistica per restare in patria e occuparsi della fattoria di famiglia. Il portiere Mo Heng fu l’unico reduce convocato per la nuova nazionale dell’Indonesia nel 1951, dopo l’indipendenza. Il capitano Achmad Nawir, fu a lungo l’unico giocatore ad aver disputato una partita del Mondiale indossando le lenti da vista. Lode anche per l’allenatore van Mastenbroek che, tornato in Olanda, diventò un punto di riferimento per nel movimento nazionale di baseball e softball.

Indonesia e Olanda sono spesso state vicine nel mondo calcistico. Sessant’anni dopo Nawir, fu Edgar Davids ad indossare occhiali da vista in campo, e nei mondiali del 2010, Giovanni van Bronckhorst – che ha genitori indonesiani – è stato il primo capitano di origine asiatica a disputare una finale mondiale. Che dire, tutto torna, anche e soprattutto nel calcio.

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