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Gerardo Guariglia per River Plate Italia: ”Se mi dicono Argentina penso al River”

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Una breve intervista del nostro caporedattore dei servizi sportivi Gerardo Guariglia .

Raccontaci qualcosa sul River sull’Argentina sul tuo lavoro

“Automaticamente se dici Argentina la prima cosa che mi viene in mente è il River Plate. Storia, calciatori, tradizione, tifo, passione, tutti ingredienti basilari per la costruzione di un tifoso appassionato come me. Io direi “Los Millonarios” fino ad un certo punto, perché questa società è stata da sempre attenta e vigile sul proprio vivaio. Da Pezzella a Mascherano, passando per Lanzini, Lamela e Higuain, senza dimenticare la miniera d’oro del presente che vede talenti come Montiel, Sosa, Ferreira e Julian Alvarez.

Se poi, a capo di questo progetto metti uno che conosce vita, morte e miracoli dello spogliatoio del Monumental come Gallardo, tutto si coordina in maniera efficiente. Filosofia calcistica similare a quella europea, e logica spensieratezza nel promuovere i giovani. È questo il segreto del River targato Gallardo, un percorso che dura dal 2014 e che ha portato grandissimi risultati, in primis la Copa Libertadores”.

E da Agropoli cosa ti ha avvicinato a seguire queste realtà?

“Sono nato ad Agropoli, ma vivo praticamente da sempre a Santa Maria di Castellabate. Diciamo che è grazie a mio padre se amo il calcio. È stato lui a farmi vedere le prime partite da bambino (anche se capivo ben poco), per poi portarmi questa passione fino ad oggi che è diventata praticamente un lavoro. Seguendo di tutto e di più sul calcio, ho iniziato a seguire con attenzione i campionati esterni, in particolare l’Argentina, e con il tempo mi sono avvicinato al River anche grazie all’entusiasmo che ci metteva il grande Stefano Borghi all’interno delle sue telecronache per Sportitalia, all’epoca canale che trasmetteva il campionato argentino. Non ti nascondo che inizialmente seguivo molto di più il Brasilerao, con una forte simpatia per il Corinthians. Ma poi, con il tempo, ho capito che la romanticitá è la casa del calcio argentino”.

Riesci a combinare il River con il giornalismo o ti occupi pure d’altro?

“Purtroppo non a tutti piace il calcio in maniera profonda. Mi spiego meglio: nel 90% dei casi, al lettore odierno basta sapere solamente formazioni, risultato finale, classifica e forse qualche altra notizia inerente alla sua squadra del cuore. Poi, tutto finisce lì. Io, invece, penso che il vero appassionato di calcio vada altre i propri fedelissimi colori della sua squadra del cuore. A volte mi capita di scrivere qualche articolo su una partita, e noto che le visualizzazioni sono superiori rispetto a quelle degli articoli riguardanti storie sul calcio, curiosità ed argomenti più tecnici che vanno oltre la banale cronaca di una partita. Questo significa che purtroppo non tutti sono “romantici” ed appassionati come me. Vado a Napoli e penso a Maradona, vado a Milano e penso Ronaldo, vado a Udine e penso a Zico. Potrei continuare, ma il concetto si spiega in una semplice frase: il calcio è un filo diretto collegabile a qualsiasi cosa”.

Come vedi questo semestre in corso che è partito alla grande in Superliga e proseguirà con la relativa Copa più Supercopa e Libertadores?

“Fin’ora, il percorso in campionato del River è stato incredibile. Come ho già detto in precedenza, Gallardo ha offerto alla sua squadra una quadratura molto europea, e non a caso ha subito solamente 16 goal in 21 gare. Questa squadra ha tutto per fare bene anche in Copa Libertadores. Sarà difficile ritornare in finale come fatto più volte negli ultimi anni, ma attraverso il gioco e la forza dei singoli si può fare tutto. Il raggruppamento dov’è capito il River è più che fattibile, fatta eccezione per il San Paolo che sarà sicuramente un’avversario dura da affrontare”.

Proseguirà il ciclo del Muñeco o avrà concluso le motivazioni ed arriverà una chiamata importante?

“Secondo me, di tutti gli allenatori sudamericani in giro per il Sud America, è quello più pronto per sedersi su una panchina europea. Dopo 7 anni di eccellenti risultati, credo che per Gallardo sia giunto il momento di confrontarsi qui in Europa, magari non subito in una big ma in qualche squadra di medio-alta classifica. In questo momento lo vedrei bene in Spagna, ma ti confesso che sarei molto curioso di vederlo qui in Italia. Credo che, una volta terminata questa stagione, Gallardo andrà via”.

Terminati i sei mesi o l’anno solare?

“Secondo me terminati i sei mesi, anche se è difficile dirlo adesso. Dipenderà tutto da lui, dalle motivazioni che avrà, e soprattutto dai risultati”.

In caso proseguisse il percorso come vedresti un arrivo di qualche pezzo da 90 dall’Europa come Higuain, Otamendi, Falcao? Saresti favorevole?

“Come si può dire di no a pezzi da novanta come loro. È nel destino di ogni sudamericano ritornare alla base, e in passato è già successo, se ricordo bene, con Saviola. Se il River riuscisse almeno a prenderne uno, sarebbe romantico ed economicamente parlando molto importante per il merchandising del club. Tra i nomi che hai citato tu, quello più papabile mi sembra quello di Falcao, da diversi anni in declino anche per via di quel maledetto infortunio che gli ha condizionato parte della sua importante carriera a livello realizzativo. Higuain è fantacalcio per adesso, a meno che la Juventus non punti a qualche altro argentino che ben conosciamo in quel ruolo. Otamendi lo vedrei bene nel pacchetto difensivo. Sarebbe un degno sostituto di Pinola che a 37 non può giocarle tutte”.

Tornando alla Superliga, che è un po’ la protagonista delle vicende attuali, cosa ne pensi della formula con la quale si disputa considerando anche la successiva Copa de la Superliga e trofeo de Los Campeones?

“È un progetto interessante, mi verrebbe da dire dal sapore di svolta per il calcio argentino. Lo scopo è quello di giungere dalle 30 squadre del 2015 ad un campionato a 22 squadre con una durata annuale, praticamente come se fosse un campionato europeo. In passato ricordo i momenti neri dei club dal punto di vista economico, ed è per questo motivo che si va verso una svolta importante”.

Sei favorevole al Promedio?

“Si, per adesso mi sembra la formula migliore”.

Ultima domanda per noi: un giocatore, un allenatore o un particolare avvenimento che hai nella mente che ti identifica con il River Plate?

“Purtroppo ho nella mente l’anno della retrocessione. È l’anno che ho seguito maggiormente, ma ricordo con piacere anche la gioia del ritorno nella massima serie e della vittoria in Copa Libertadores. Calciatore? Tanti, troppi. Te ne dico uno alla quale sono particolarmente affezionato, ossia D’Alessandro, tecnica pura. In Argentina, oltre a Riquelme, ricordo pochissimi calciatori in grado di tirare calci piazzati magistrali”.

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Luciano Squitieri nasce nel 1988 a Sarno, cresce tra Striano, un piccolo paesino alle pendici del Vesuvio, e Santa Maria di Castellabate, piccolo borgo nel cuore del Cilento. Mentre studia per il diploma in Elettronica ed Automazione presso l’istituto superiore “ITIS E. Fermi” di Sarno, si avvicina al mondo della fotografia, lasciandosi ispirare dei grandi nomi della street photography. Conseguito il diploma nel 2009, Luciano decide che la fotografia sarà il suo pane quotidiano. Seguendo le orme di suo fratello Gianni, imbraccia la fotocamera e lavora duro per imparare tutti i trucchi del mestiere. Nel 2015, dopo tre anni di impegno e dedizione, gli viene consegnato il tesserino ufficiale dell’Ordine dei Giornalisti, realizzando il suo sogno di essere un giornalista pubblicista. Questo il punto di svolta della carriera di Luciano che lo porta da Made in Sud, noto programma comico di Rai 2, fino al Festival di Sanremo dove conosce personaggi illustri del mondo dello spettacolo. Nel 2016 fonda la testata giornalistica Resportage, della quale è direttore e fotoreporter. L’animo gentile e la disponibilità estrema fanno di Luciano la persona giusta alla quale affidarsi per immortalare i momenti più importanti. Per Luciano la fotografia non è solo una professione ma uno stile di vita. “Dalla prima fotografia all’ultima, ogni volta provo sempre la stessa emozione quando scatto”. Luciano Squitieri

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